
Lucio Maurino
Il Dojo è il luogo esterno al nostro stato interiore. La presenza nel Dojo ci permette di penetrare un livello sacro di attenzione che, attraverso l’abbandono del nostro pensiero quotidiano e delle nostre inquietudini, ci fornisce la capacità di non opporci ai nostri pensieri, di non fermarli, di andare più in là, dove regna il silenzio assoluto (muga): la non azione, la nostra mente imperturbabile (fudoshin).
Il silenzio (Mokuso) prima del saluto, che si esegue nella posizione di seiza, dove, a seconda delle scuole, gli occhi o sono chiusi o “guardano senza vedere”, serve per raggiungere uno stato assoluto di Mu (vuoto): l’osservazione indifferente di noi stessi senza veli e corazze sociali.
Usare la mente per procurarsi la realtà è illusione, non usare la mente per comprendere la realtà è consapevolezza. Non creare illusione è illuminazione.
In un’arte marziale che si rispetti come il Karate, l’uso corretto di questa forma di meditazione è attivo, dinamico e pratico: tutto ciò spaventa chi entra nel dojo senza la giusta predisposizione di spirito.
Attraverso questo processo si impara a non vivere il disagio come qualcosa dal quale liberarsi il prima possibile, ma si scopre una possibile visione dello stesso come valida opportunità per riflettere su se stessi, conoscersi e comprendere cosa stiamo facendo nel quotidiano e che può farci restare, se non invertiamo la tendenza, nella totale inconsapevolezza.
Mushin, dunque, è lo stato mentale assoluto al quale ogni serio praticante aspira, quel luogo insondabile della mente dove si sviluppa il “non ego”: se si comprende l’importanza del lavoro nel dojo e si capisce l’utilità di seguire le indicazioni del maestro, si afferra anche la necessità di fare esperienza spirituale attraverso il corpo.