
Varone Ciro
Mentre lo stage di Salsomaggiore scorre come scorrono solo i momenti che contano davvero (tra saluti, inchini senza teatralità e il rumore secco dei piedi che colpiscono il parquet) nasce una conversazione che non cerca tempo né indulgenza. È così che mi ritrovo a parlare con Michele Scutaro. Non un’intervista nel senso accomodante del termine, ma un dialogo diretto, essenziale, di quelli che esistono solo quando c’è rispetto e ascolto reale. Alla domanda su come abbia iniziato il karate, accenna un sorriso breve, quasi ruvido, come chi apre una porta che conosce bene e non sente il bisogno di abbellire. Aveva diciassette anni quando assistette a una lezione: una fila ordinata, un silenzio più pesante delle parole, un rigore assoluto. Nessuna concessione. Nessuna distrazione. Fu un colpo di fulmine. Non curiosità, non gioco, ma una chiamata netta.
Nato in Campania, cresce a Vigevano fin da bambino, ed è lì che il seme del karate trova un terreno fertile. Per un periodo gli allenamenti vengono tenuti da Hiroshi Shirai, che poi affida il corso a Angelo Abruzzo. Quando ne parla, il tono cambia: Abruzzo non era solo un tecnico di altissimo livello, ma un uomo vero, un Maestro nel senso pieno e non ornamentale del termine. E nelle Vie autentiche, lo sa bene Scutaro, non sono le tecniche a segnarti davvero, ma le persone che le incarnano con coerenza. Nel mettere ordine al proprio percorso, cita senza esitazioni i suoi riferimenti: Francesco Romani, agli inizi nello Shotokai, poi Shirai e infine Abruzzo. Quando torna a parlare di Shirai, le parole si fanno più rare e più dense: lo considera il più grande Maestro che abbia mai conosciuto, colui che più di chiunque altro ha influenzato non solo il suo karate, ma il suo modo di stare al mondo. Nessuna idolatria, nessuna retorica: i difetti, pochi e irrilevanti, non meritano spazio; le qualità, invece, erano eccellenza pura. Anche dopo l’allontanamento, dopo trent’anni di pratica condivisa, il riconoscimento resta intatto. Cambiare strada non significa rinnegare ciò che ti ha costruito. La riconoscenza, qui, è una forma di forza.
Scutaro torna infine all’origine, alla scintilla che non si è mai spenta: si è innamorato del karate perché il rigore, la disciplina e la durezza degli allenamenti gli facevano bene. Non lo sapeva spiegare allora, ma lo sentiva. Era ciò che cercava, ciò che era più vicino al suo carattere. Un rigore che non punisce ma struttura, una disciplina che non limita ma rende solidi. Il suo modo di intendere il karate è sempre stato lo specchio della sua personalità: presenza mentale costante, capacità decisionale netta, in parte innata ma soprattutto forgiata nell’austerità della pratica e nell’asperità della vita. Il karate che ama e che vuole lasciare in eredità ai suoi allievi non è addomesticato né rassicurante: è un karate con una goccia di sangue, intesa come sacrificio, verità, esposizione totale. Un karate di spirito indomito, che lo ha sostenuto anche attraverso venticinque operazioni chirurgiche e, in particolare, negli ultimi due anni segnati da problemi fisici gravi affrontati senza arretrare interiormente. Non eroismo, ma coerenza. Questo è il suo karate. Questo è il suo lascito. Un karate che non promette salvezza, ma costruisce uomini capaci di restare in piedi anche quando il corpo cede. Perché quando il karate incontra davvero il carattere di un uomo, non lo addolcisce. Lo rivela.