
Morra Alberto
C’era una volta un tirocinante che si allenava ogni giorno con una sola idea in testa: ottenere la cintura nera.
Non importava la stanchezza, le lesioni o il tempo. Tutto quello che facevo aveva un unico scopo: arrivare a questo grado. Guardavo le cinture nere con ammirazione e pensavo: “Quando avrò questa cintura, sarò forte, sarò rispettato, sarò qualcuno”.
Gli anni sono passati. Ha sacrificato molto. Ha imparato tecniche, ha ripetuto mosse migliaia di volte, ha superato prove difficili. Fino a che finalmente, un giorno, il suo maestro lo chiamò davanti al dojo.
Con solennità, gli ha consegnato la cintura nera.
Il tirocinante l’ha presa con emozione. Provò orgoglio, sollievo… e anche qualcosa di inaspettato: vuoto.
Quella notte, tornò a casa, lasciò la cintura sul tavolo… e lui continua a fissarlo.
Era solo stoffa.
Non c’era potere in lui.
Non c’era rispetto in lui.
Non c’era trasformazione in lui.
Poi si è ricordato di ogni caduta, ogni allenamento, ogni momento in cui voleva arrendersi e non l’ha fatto.
E ha capito.
Il coraggio non è mai stato nella cintura…
era in tutto ciò che doveva diventare per raggiungerlo.
Il giorno dopo tornò al dojo, si mise la cintura nera e si inchinò davanti al suo maestro.
Ma questa volta non lo vedevo più come un obiettivo.
Lo vedevo come un promemoria.
Perché la vera cintura nera non si lega alla vita…
si costruisce sulla persona.