
Andrea Stoppa
A volte rimango davvero perplesso da certi atteggiamenti. Io pratico arti marziali da anni, e una cosa l’ho capita bene: prima si impara, poi – eventualmente – si insegna. Non esiste scorciatoia.
Pensare di diventare istruttori dopo poche ore di corso, solo perché si è ottenuto un “pezzo di carta” con un logo giapponese stampato sopra, non ha alcun senso. Quel documento certifica solo quelle poche ore, non la competenza, non l’esperienza, non la profondità del lavoro sul tatami. Le arti marziali richiedono pratica assidua, costanza, studio, errori, correzioni, sudore. Solo dopo anni di questo percorso si può iniziare a trasmettere qualcosa agli altri. Insegnare non è un titolo: è una responsabilità.
E proprio per questo, recentemente, mi sono trovato davanti a una situazione che mi ha lasciato ancora più perplesso. Una persona mi ha raccontato di prendere lezioni da anni in un certo stile, ma di non riuscire mai a praticarlo davvero perché “non ha tempo”. Fin qui, nulla di strano: la vita è complessa, gli impegni sono tanti. Ma poi scopro che questa stessa persona ha aperto un corso proprio di quello stile.
E allora mi chiedo: dov’è l’onestà? Qual è la motivazione reale? Perché voler fare l’istruttore di qualcosa che non si pratica con continuità, che non si approfondisce, che non si vive davvero?
Se non si ha tempo per allenarsi, come si può avere tempo – e soprattutto competenza – per insegnare? Se non si è disposti a fare il percorso da praticante, come si può pretendere di guidare altri lungo quella stessa strada?
Il Budō non è un travestimento da indossare quando fa comodo. È un cammino. E chi vuole insegnare deve prima di tutto essere un praticante sincero, presente, costante. Il resto sono scorciatoie che non portano da nessuna parte.