Nando Balzarro

Ieri 10 maggio era domenica. Ieri era domenica… una domenica piovosa che certamente non invitava alle scampagnate. Come tutti sanno esiste sempre un nesso tra il meteo e l’umore, infatti,, appunto di cattivo umore, mi predispongo ad una giornata casalinga perlopiù destinata alla noia e al meditare sulla vanità del tempo che scorre. Direi che tutti gli elementi per comprendere cosa provino i depressi se ne stavano ben allineati tra le molli spire del mio cervello. Invece no! Non era finita lì. Per ragioni che tutt’ora ignoro, comunque all’apice del mio masochismo, decido di guardare in diretta streaming gli eventi agonistici Fijilkam di quella gionata. Si noti bene che non assito alle competizioni da almeno dieci anni, forse più, la qualcosa spiega ancor meno la mia scelta. Si da il caso che proprio quella domenica pomeriggio si svolgessero ad Ostia i campionati nazionali veterani, ovviamente nelle due specialità: kata e Kumite. La cereminonia d’apertura, in gran pompa magna, schiera un numero abnorme di dirigenti e arbitri, tutti in giacca blu e cravatta d’ordinanza. Tra di essi riconosco a fatica ex formidabili atleti, solo pochi anni fa ammantati di gloria in virtù delle loro strabilianti performance atletiche ben sorrette da fisici statuari. Come dicevo, riconoscerli non mi è stato facile, per via dell’incipiente aumento di peso in grado di alterarne i connotati e aumentare in larghezza la già imponente stazza. Per fortuna anche i concorrenti erano tanti, visto che sarebbe stato imbarazzante contare più presidenti e giudici di gara degli stessi atleti. Prendo piacevolmente atto che l’rganizzazione fila liscia senza intoppi e inspiegabili tempi morti. Due materassine accolgono la competizione di Kumite e Kata maschile, una la gara di Kumite e Kata femminile. Mentre stolidamente e man mano preda del peggior tedio, guardo incredulo le confuse scaramucce dei combattenti e l’approsimazione formale e sostanziale dimostrata dagli esecutori dei kata, mi domando quali pulsioni interiori spingano praticanti, dai trentasei anni in su, a cimentarsi nei campionati loro destinati dalla Federazione? Posso apprezzare e ammirare l’impegno profuso a tale scopo, nonché la volontà e il coraggio di mettersi ancora in gioco, ma è la motivazione intrinseca, emotiva, quella che mi interesserebbe conoscere. Sta di fatto che mediamente e salvo rarissime eccezion (peraltro collegate a chi ha varcato da poco la fatidica soglia anagrafica, perciò persone ancor agiovani), lo spettacolo a cui tocca assistere oscilla tra il patetico e il deprimente. Aggiungo come persino le gare giovanili accusano un certo tasso di crescente monotonia (specie le interminabili gare di Kata, quando lal medesima Forma viene riproposta decine di volte nella stessa seduta). Però, almeno, i vigorosi concorrenti così detti di alto profilo, di tanto in tanto, possono stupirci e deliziarci grazie a mirabolanti prestazioni ed entusiasmanti risultati. Vi prego, non arrabbiatevi. Non scambiate questa mia nota come una critica o, peggio ancora, mancanza di rispetto per chiunque legittimamente scelga quella strada. Semplicemente, a parer mio, ce un tempo per tutto… quello della gloria e degli applausi sul campo di gara, quello del denso silenzio del Dojo, quello della la profonda maturazione dell’arte che un giorno abbiamo abbracciato. La cosa fantastica del Karate, pur con diverse modalità, motivazioni e obiettivi, è che può essere, anzi, deve essere portato avanti, persino migliorato a tempo indeterminato. Azzardo sottolineare che il “vero” karate inizia quando finiscono le gare. Parlare del karate unicamente come sport è riduttivo, ingiusto e sopratutto sbagliato. Il karate è una scelta di sangue, una missione, un modo originale e definitivo di concepire l’intera vita.

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