Paolo Arlotti

Ogni volta che la nazionale giapponese partecipa a un Mondiale, l’opinione pubblica resta positivamente colpita da gesti come l’inchino, il rispetto per gli avversari o il fatto di lasciare gli spogliatoi e le tribune perfettamente puliti.

Per chi, come me, pratica arti marziali giapponesi, questi comportamenti non sono una sorpresa. Sono il frutto di un’educazione antica, di una cultura che insegna il rispetto, la disciplina e il senso del dovere fin da piccoli.

Non sono gesti fatti per apparire. Sono semplicemente il modo in cui si concepisce il vivere insieme.

È una cultura che, per molti aspetti, sembra agli antipodi della nostra. Il bene comune viene prima dell’interesse personale. Nessuno ritiene di avere più diritti degli altri. Nessuno cerca di sfruttare una posizione di favore per il proprio tornaconto. Nessuno pretende scorciatoie perché è “amico di un amico”.

Ciò che si ottiene va conquistato con impegno, sacrificio e dedizione. E l’essere “furbi” non è considerato una qualità da ammirare.

Naturalmente anche lì esiste una competizione durissima, a volte persino spietata. Ma la differenza è che ci si mette sempre in gioco in prima persona, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte.

Forse, più che stupirci ogni quattro anni davanti a questi esempi, dovremmo chiederci quali valori stiamo trasmettendo noi, ogni giorno.

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