
Varone Ciro
Se avete qualche minuto, prendete una sedia comoda, mettetevi tranquilli e, se volete, apritevi una buona birra fresca. Perché questa è una storia lunga circa cinquant’anni.
È la storia di una faida tra due correnti del Karate: da una parte la federazione sportiva ufficialmente riconosciuta dal CONI, dall’altra l’organizzazione che per decenni ha rivendicato di custodire e rappresentare il vero Karate tradizionale.
Tralascio tutta la protostoria fatta di fusioni, scissioni, implosioni, esplosioni, federazioni nate dalle costole di altre federazioni e organizzazioni che, nel tempo, si sono moltiplicate come rivoli di uno stesso fiume.
Per decenni abbiamo assistito allo scontro tra due giganti.
Due giganti, però, con piedi decisamente d’argilla.
Da una parte, la federazione sportiva riconosciuta dal CONI, che per anni ha rivendicato di rappresentare entrambe le anime del Karate: quella sportiva e quella tradizionale.
La stessa realtà nella quale alcuni personaggi, talvolta più interessati alla circonferenza della cintura che alla profondità del Karate, hanno sostenuto per anni la superiorità del proprio sistema, definendolo scientifico, pedagogico, metodologicamente superiore e, soprattutto, investito di una particolare legittimità rispetto a tutto ciò che esisteva fuori dal proprio perimetro.
Si è arrivati perfino a sostenere che gradi, qualifiche, cinture, titoli e competenze ottenuti in altre organizzazioni avessero un valore sostanzialmente nullo rispetto a quelli riconosciuti dal sistema ufficiale.
Poi arriva l’accordo e improvvisamente vengono riconosciuti gradi, qualifiche e titoli provenienti proprio da quella realtà che per anni era stata presentata come alternativa, concorrente o addirittura estranea al vero Karate ufficiale.
E allora una domanda sorge spontanea: come la mettiamo?
Se prima quei gradi non avevano valore, oggi perché lo acquisiscono?
Se prima quei tecnici non erano all’altezza, oggi lo sono?
Se prima quel Karate non possedeva sufficiente dignità tecnica, scientifica o metodologica, cosa è cambiato?
È cambiato il Karate?
Oppure è cambiata semplicemente la convenienza?
Dall’altra parte abbiamo un’ASD che, dopo decenni di contrapposizione, riesce a sedersi al tavolo con quella che veniva considerata la grande federazione antagonista e a raggiungere un accordo.
E qui arriva la parte più interessante.
Per anni quella stessa realtà è stata utilizzata, anche indirettamente, come una sorta di testa di cuoio nella guerra contro il Karate federale.
Quante volte abbiamo sentito dire dai nostri maestri e dirigenti: “Quello non è Karate.”
“Quelli fanno tutto tranne Karate.”
“Il loro metodo è antimarziale.”
“Non hanno cultura marziale.”
Bene.
Oggi, senza vincitori e senza sconfitti, siamo arrivati alla svolta.
E allora permettetemi una domanda molto semplice:
dov’è finita la coerenza?
Perché la coerenza è una cosa curiosa: non dovrebbe cambiare a seconda di chi siede dall’altra parte del tavolo.
Se ieri il Karate dell’altro era “non Karate”, oggi cosa è diventato?
Se ieri i suoi gradi erano privi di valore, oggi perché vengono riconosciuti?
Se ieri i suoi tecnici erano considerati privi di cultura, preparazione e metodologia, oggi sono improvvisamente diventati interlocutori degni di riconoscimento?
E dall’altra parte?
Gli stessi laureati del CONI, ingegneri del movimento, scienziati della biomeccanica e sacerdoti della metodologia scientifica, oggi si ritrovano a riconoscere e equiparare ciò che per anni veniva descritto come arretrato, antisportivo, privo di cultura e metodologicamente discutibile.
Allora forse la domanda non è più: “Chi ha ragione?”
La domanda vera è: “Chi aveva torto prima?”
Perché delle due l’una.
O il Karate dell’altro era davvero così sbagliato, arretrato e privo di valore come ci è stato raccontato per decenni…
oppure quelle sentenze erano soltanto strumenti di una guerra di appartenenza per difendere le proprie poltrone.
E se fosse così, ci sarebbe una lezione ancora più importante.
Nel Karate si parla continuamente di rei, makoto, seishin, dignità, rettitudine e coerenza.
Ma forse la prova più difficile non è eseguire un kata perfetto.
È riuscire a guardare negli occhi i propri allievi, dopo cinquant’anni di guerra, e ammettere: “Forse non avevamo ragione su tutto.”
Questa sì che sarebbe una vera dimostrazione di Karate-do.