Ciccio Teotonico er Fio de Nino

Nel corso degli anni ho raccolto ricordi personali, testimonianze di amici, allievi e colleghi, articoli di giornale, interviste e racconti di chi ha condiviso con mio padre una parte importante del proprio cammino. Mettendo insieme tutti questi frammenti emerge con chiarezza una domanda:

Quali erano i principi che guidavano realmente Nino Teotonico?

Al di là dei titoli, dei gradi, delle medaglie e dei riconoscimenti, credo che il suo pensiero possa essere sintetizzato in alcuni pilastri fondamentali che hanno caratterizzato tutta la sua vita.

Il Dojo come scuola di vita

Per mio padre la palestra non era semplicemente un luogo dove imparare tecniche di combattimento.

Era una scuola di vita.

Sul tatami si imparavano disciplina, rispetto, autocontrollo e responsabilità.

Le lezioni non terminavano con l’ultimo esercizio.

Spesso, seduti in seiza durante il saluto finale, arrivavano i consigli più importanti.

“Non usate il karate fuori dalla palestra.”

“Rispettate gli altri.”

“Comportatevi correttamente.”

Parole semplici che ancora oggi risuonano nella memoria di molti suoi allievi.

Per lui il valore di una tecnica era secondario rispetto al valore della persona che la eseguiva.

L’essenza del Wadō-ryū La formazione di mio padre affondava le proprie radici nel Wadō-ryū delle origini.

Non amava la forza esibita per impressionare. Non cercava lo scontro frontale.

Al centro del suo karate vi erano il controllo, il tempo, la distanza e soprattutto il tai-sabaki, l’arte dello spostamento del corpo.

L’efficacia nasceva dall’armonia del movimento e dalla capacità di adattarsi alla situazione.

Era una visione del karate elegante e intelligente, nella quale la tecnica prevaleva sulla forza fisica.

Il karate come strumento sociale. Molto prima che si parlasse di inclusione sociale e sport per tutti, mio padre aveva compreso che il karate poteva diventare uno strumento educativo straordinario.

Accolse ragazzi provenienti da realtà difficili. Aiutò molti giovani a trovare una strada diversa da quella della strada stessa. Creò un ambiente nel quale chiunque poteva sentirsi accolto.

Fu anche tra i primi a intuire le potenzialità del karate per le persone con disabilità, considerandolo non soltanto un’attività fisica ma uno strumento di crescita personale e di recupero dell’autostima.

L’Erakles non era soltanto una palestra. Era una comunità. Il rapporto tra maestro e allievo. Il rapporto con gli allievi era fondato su un equilibrio particolare.

Da una parte il rigore. Dall’altra l’umanità. In palestra pretendeva attenzione, disciplina e rispetto assoluto delle regole. Fuori dal dojo sapeva ascoltare, consigliare e aiutare.

Molti lo ricordano come un maestro severo.

Molti altri lo ricordano come una figura quasi paterna.

La verità è che era entrambe le cose.

Per lui il karate non terminava alla porta della palestra.

Un buon karateka doveva essere una buona persona anche nella vita quotidiana.

L’umiltà come forma superiore di conoscenza

Forse il tratto che meglio descrive mio padre è quello raccontato da Oliviero Bianchi nell’episodio del piccolo taccuino. Durante le gare osservava tutti.

Campioni. Principianti. Giovani. Veterani.

Quando gli chiesero perché prendesse continuamente appunti, rispose che da chiunque si poteva imparare qualcosa. Era una filosofia che applicava quotidianamente.

Non si considerò mai arrivato. Continuò a studiare. Continuò a osservare. Continuò a imparare.

Per lui la conoscenza non era un traguardo. Era un viaggio. L’eredità

Oggi, ripensando alla sua vita, mi rendo conto che il vero lascito di Nino Teotonico non si misura nel numero di medaglie vinte dai suoi allievi, nei titoli conquistati o negli incarichi ricoperti.

La sua eredità è fatta di persone. Di valori trasmessi. Di amicizie nate all’interno dell’Erakles. Di ragazzi diventati uomini. Di insegnamenti che continuano ancora oggi a vivere nella memoria di chi lo ha conosciuto. Forse è proprio questo il significato più autentico della parola Maestro.

Non essere ricordato per ciò che si è ottenuto. Ma per ciò che si è lasciato negli altri.

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