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Lettera aperta ai praticanti di karate del Maestro Ruffini

 

LETTERA APERTA AI PRATICANTI DI KARATE

eventskarate 05 maggio 2011

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Rossano Ruffini (alias Ruiz)

Questa è una lettera aperta, quindi, in quanto “lettera” avrà qualcosa di privato nei suoi contenuti, e in quanto “aperta”, avrà qualcosa di pubblico. E’ diretta a tutti i karateka d’Italia

Tempo fa mi è stato chiesto se avevo voglia di scrivere qualcosa: io nicchiai e, alla fine, non scrissi nulla senza addurre alcuna motivazione. Ora provo a vincere la mia naturale diffidenza verso i praticanti di karate, proprio per spiegare quella mia diffidenza, ma anche per parlare della disputa del karate tradizionale o sportivo.

Contro i maestri del karate tradizionale non porterò le motivazioni confuse e criptiche ma qualcosa di più concreto, di più “alla buona”. Ho seguito in questi anni il susseguirsi di avvenimenti legati alle federazioni di karate in modo particolare della FIK (federazione italiana karate) e mi sono trovato d’accordo con loro, in modo particolare con l’amico di sempre Roberto De Luca , anche “vecchi” amici di allenamento e Nazionale FIKTA, oggi maestri o dirigenti, hanno cercato  di coinvolgermi di nuovo con loro, ma qualcosa non ha funzionato, è rimasto tutto come trenta anni fa: pazienza, e come già mi è capitato altre volte, sono rimasto colpito e sinceramente nauseato dalla mentalità settoriale e il modo di gestione federale, ed è anche per questi motivi che avevo deciso già venti anni fa di non praticare e condividere con nessuno il karate, se non con me stesso.

Io credo che, se in tutti questi anni, i maestri del tradizionale e sportivo fossero stati chiusi in una palestra, forse sarebbero giunti a prendersi a pugni, ma, più probabilmente, guardandosi negli occhi avrebbero trovato a ristabilire un minimo di rispetto. Ma l’aspetto peggiore consiste nello smarrimento del tema della discussione: ci si accapiglia sui toni delle repliche e si perde di vista l’argomento di cui si stava discutendo.

Così, di fatto i confronti diventano spesso delle arene consacrate al nulla, a narcisistici giochi di parole, all’esaltazione di quella che è, l’idea propria.

Dunque, siamo davvero sicuri che certi interventi sul modo di praticare il karate (tradizionale-sportivo) siano poi tanto diversi, nello spirito e negli esiti. Per spiegare meglio il senso della mia domanda mi prendo un po’ di spazio per dire che mi trovo d’accordo con la FIK. L’idea che una affermazione come questa, possa essere oggetto di riflessione (anche solo per essere confutata), mi riporta indietro di una trentina d’anni e a un’esperienza personale (ve l’avevo detto che sarei andato sul privato). Provo a raccontartela in breve.
Negli anni tra il ’70 e il ’80, io ho seguito il Maestro Hiroshi Shirai. E’ stata un’esperienza esaltante: per me, con innumerevoli successi personali nell’agonismo sia nazionali che internazionali, è stata l’occasione per stare a fianco di maestri e atleti straordinari (e non c’è nelle mie parole alcuna piaggeria, quanto, semmai, riconoscenza). Al tempo stesso è stata un’esperienza faticosa, una continua battaglia con il mio senso di inadeguatezza. L’aver vissuto però dai due lati della barricata (karate tradizionale-sportivo, e mai barricata fu più inutile), mi fa però dire, e  mi si perdoni la semplicità del concetto, che la suddivisione non contiene in sé altro errore se non quello di non riuscire a comunicare né con i tecnici, né con gli allievi. Un errore non da poco, mi direte voi. Sono d’accordo, ma la loro posizione è ineccepibile, intendo per chi lo ha realizzato e coniato quei termini ancora oggi in uso.

Come dite? Non vedete l’utilità di una suddivisione che trascuri tradizionalisti e sportivi? Nemmeno io. E ancor meno vedo l’utilità di proseguire su questa strada, a meno che lo scopo sia quello di ribadire che il karate sia diverso, è il modo di praticarlo o intenderlo che è diverso, ma rimane il fatto che il karate è karate.

Ogni tanto penso che i critici praticanti del tradizionale o sportivo siano come i dirigenti di alcune federazioni, che, pur senza aver mai “calpestato”  i tatami, sanno come si vince  un campionato, o peggio, come si debba praticare il karate.
Mi chiedo, e lo chiedo agli altri praticanti: è possibile capire realmente il karate se non ci si cala in tutto il suo processo ideativo e produttivo? Certo che è possibile, ma solo a partire da un gesto di umiltà, dal riconoscimento che non esiste la superiorità intellettuale del critico.

Non è vero che il maestro guarda solo il “mercato”, concetto anonimo e freddo. Il maestro si trova a fare i conti con i praticanti, quelli veri, quelli in carne ed ossa, non è il “mercato”, come alcuni dirigenti di federazione intendono, il nostro unico interlocutore, sono le persone, quelle che la critica (tradizionale sportivo) cancella dal proprio orizzonte.
Pur privilegiano i praticanti (come persone) e non il mercato (come entità), mi sembra poi che, per il maestro, il sottoporsi al giudizio di una moltitudine, il rendersi vulnerabile ai commenti di decine di migliaia di praticanti, sia un salutare bagno di umiltà.

Con la FIK, (federazione italiana karate) tutto ciò è compatibile e condivisibile, finalmente ho ritrovato  allegria, motivazione e voglia di fare, e disposto a contribuire alla rinascita del karate, con serenità ed allegria, fuori dalle logiche di “mercato”… Ho trovato più energia ed interesse dinamico in questa federazione che nei confronti con le generazioni precedenti, poiché qui tra i giovani c’è meno disillusione, meno recriminazione, più desiderio di incidere sulla realtà sociale, di prendere parte attiva. Recentemente sono tornato ha praticare karate per incontrare alcuni allievi nell’ambito di un ciclo di lezioni a 360 gradi sul tema tecnico. I maestri, mi hanno riferito l’assenza, rispetto alla seconda metà degli anni ottanta, di occasioni di confronto tra gli allievi, da anni la palestra non è quasi più sede di animati allenamenti, luogo di discussione, incontro, riflessione e passione.

Prendere parte nella FIK è guardare al futuro con consapevole fiducia, poiché “la speranza sta nell’esserci”. Nell’assumere le nostre responsabilità. Nella serena tenacia di unire le nostre strade per fare di più e meglio. Speranza che non è attesa passiva di un futuro migliore, ma presente che chiede di essere orientato e accompagnato con scelte coraggiose, gesti concreti, parole credibili

Ed eccomi alla fine, ho finalmente scritto qualcosa per il karate, e non ho scritto perché venga capita, ho scritto perché venga letta. Che non è per niente la stessa cosa” (da Il trionfo della religione).” Io invece scrivo per essere capito (e leggo per provare a capire): e tutto ciò è compatibile con lo spirito della FIK, sono pronto a scrivere ancora.

Un caro saluto a tutti

Rossano Ruffini alias Ruiz

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