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L'importanza di un'organizzazione per conservare i valori della tradizione

L'importanza di un organizzazione efficiente per conservare i valori della tradizione.

Eventskarate 25 settembre 2011

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Maestro Contarelli Bernardo

Le Arti marziali, compreso il karate, sono espressioni culturali folkloristiche delle civiltà a cui fanno riferimento. Possono diventare di portata universale se gli insegnamenti,

che attraverso di esse vengono dati, contengono i principi formativi per la crescita individuale e della collettività.

Uno dei tanti che spesso sentiamo, menzionare a torto o a ragione, è il rispetto della tradizione. Ora vorrei porre l’attenzione su un aspetto importante che ci permette di fare ricerca senza modificare la filosofia del Karate.

Dalla sua fondazione la FIKTA si è basata su tre concetti portanti: TRADIZIONE – CULTURA – EDUCAZONE.

Elementi innovativi in un mondo dove la cultura si basava quasi esclusivamente sull’abbattere l’avversario e l’educazione sul fatto di non deriderlo. La dirigenza federale si impegnò a fondo per far sì che la cultura diventasse conoscenza a 360° e l’educazione fosse un elemento di formazione della personalità, traendo spunto dalla tradizione come fonte di valori, senza dimenticare l’agonismo che per sua natura è formativo, ma è spesso legato a fattori diversi come la politica sportiva, i regolamenti ecc. Questo impegno ha dato risultati evidenti, soprattutto agli occhi di osservatori esterni che ci riconobbero nei fatti come un laboratorio d’idee e d’iniziative da imitare per poter stare al passo con i tempi.

Non si può negare che molte organizzazioni si siano quindi impegnate, con risultati più o meno lusinghieri, nel far riferimento alla tradizione, nel recupero della cultura e nell’educazione come momento formativo. Motivo di orgoglio per la FIKTA, ma il problema era quello di andare oltre e il modo più naturale per mantenere una leadership conquistata sul campo e riconosciuta con attestazioni ufficiali, anche da organizzazioni concorrenti, è stato quello di qualificare ulteriormente la propria esistenza basandosi su due parole chiave che, pur contenendo il lavoro fatto fino a quel punto, la proiettasse nel futuro: RICERCA e TRADIZIONE.

In questo progetto, oltre alla FIKTA e all’ISI, si sono impegnati professionisti di altissimo livello e prestigiose istituzioni universitarie e anche in questo caso la FIKTA ha fatto scuola: molti riconoscimenti sono arrivati da varie parti, molte organizzazioni hanno tentato di imitarne il progetto con risultati più o meno validi. Il nuovo corso ha però messo in evidenza le nostre carenze e lo scarso interesse degli iscritti, i quali, poco propensi ad un’attiva partecipazione ad un progetto culturale di questa portata, si sono limitati a coglierne i vantaggi, come se l’organizzazione fosse solo incombenza di altri e non di tutti. Conseguenza di ciò, la parola chiave che manca per fare della FIKTA una vera potenza è:

CONDIVISIONE.

Dovremmo essere in grado di orientare il nostro impegno su vari fronti e non privilegiare solo ciò che ci diverte o che più ci gratifica nell’immediato come ad esempio l’agonismo.

Esso, pur essendo un potente elemento formativo, rischia di diventare inutile per la persona e lasciare traccia solo nell’albo d’oro, se non si è in grado di passare ad un livello superiore. A questo proposito mi viene in mente che, un grande innovatore/ricercatore che io ho conosciuto nel mondo del karate in tempi non sospetti, è stato il M° Kase, il quale, nonostante sia stato un preparatore di campioni, affermava che le competizioni sono una piccola parte della vita del karateka e quel che conta è ciò che viene dopo. Per spiegarmi meglio, se dovessi dire con una parola ciò che del M° Kase mi ha colpito maggiormente, direi: BENEVOLENZA.

Egli è stato il primo che ha messo in risalto l’universalità del karate come potente strumento di tolleranza, pur applicando in modo totale i principi dell’efficacia della tecnica. In conseguenza alla sua esperienza di vita, ha saputo liberarsi degli stereotipi delle sue origini per rivolgersi all’Uomo in senso lato, utilizzando la sua cultura come grande mezzo divulgativo. Era sempre originale e, pur rifacendosi costantemente alle tradizioni del suo apprendimento, ha saputo cogliere la sostanza e l’essenza dell’espressione motoria come momento unico e personale per ottenere una tecnica totalmente efficace.

Probabilmente, come tutti noi, è passato attraverso varie fasi di maturazione della sua personalità, ma la sua idea di fondo era basata sul rispetto dell’altro per com’era, per quello che era e per quello che faceva. Ciò l’ha reso ai miei occhi più che un maestro un esempio. Il karate non era per lui una ricetta che si poteva adattare a proprio piacimento alle varie situazioni, ma un’esperienza da vivere totalmente in qualsiasi momento della propria vita, senza calcoli o aspettative. Preciso, senza essere maniacale, era in grado di dare giudizi lapidari, ma equilibrati, anche molto duri, con un atteggiamento sereno che li faceva sembrare quasi dei complimenti. Della sua tecnica, impossibile da imitare senza mostrarsi inadeguati, rimangono i principi fondamentali dell’efficacia e dell’organizzazione dinamica spazio-tempo, che tra le altre cose l’ha reso un innovatore nel rispetto rigoroso della tradizione.

Tutto questo mi ha fatto molto pensare e, a suo tempo, mi ha mandato in crisi, perché ero un agonista e in quell’ambito, trovavo tutto il mio universo; come un tarlo, hanno cominciato a farsi strada vari interrogativi sul mio futuro, non trovavo alternative se non quella di fare l’allenatore.

Questa infatti è stata la mia strada successiva all’agonismo e mi accorgo ora degli errori fatti per inesperienza, e me ne dispiace, ma la cosa che più mi fa male è che, per paura di abbandonare l’approdo sicuro dell’agonismo, mi gratificavo con i risultati sportivi dei miei atleti, rimanendo al contempo prigioniero di una fase della vita, senza avere la possibilità di crescere veramente, ciò potrebbe anche essere il problema di molti tecnici, della classe arbitrale e dei dirigenti, se non si pongono dei rimedi adeguati.

Nella civiltà occidentale la cultura sportiva prevede che il campione faccia testo e tutti si adeguino al vincitore; in casi rari la genialità e la creatività hanno il sopravvento, mandando in crisi i dogmi degli allenatori. Nel karate ciò dovrebbe essere la regola e la ricerca deve andare in questa direzione.

Tradizione non significa immobilismo, ma rispetto di valori. È evidente che ciò richiede ingegno, impegno ma soprattutto senso di responsabilità e considerazione per il lavoro degli altri.

Uno dei valori portanti del nostro essere è il rispetto per il maestro, da non confondersi con il servilismo. Il nostro compito è quello di far vivere il Maestro in eterno, ma ciò sarà possibile solo se noi saremo in grado di capire ed interiorizzare il suo lavoro, non solo come allenatore, ma come colui che ci ha permesso di far crescere altre persone.

Io non ho mai conosciuto il M° Yoshitaka Funakoshi, egli è poco citato anche nei testi di karate, ma il M° Kase l’ha reso immortale ai miei occhi come un grande ricercatore ed io l’ho fatto con i miei allievi e lavorerò perché ciò accada con gli allievi dei miei allievi.

Questo sarà possibile solo se l’Organizzazione federale, legittimando il nostro insegnamento, ne garantirà la trasmissione, ma il successo dell’Organizzazione dipenderà solo dal nostro senso di responsabilità.


 

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