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Nuove piste d’indagine sul kata Naihanchi

 Choki Motobu insegna una delle più elementari applicazioni contenute nel primo movimento del kata Naihanchi in un corso di autodifesa femminile.

Nuove piste d’indagine sul kata Naihanchi

Eventskarate 05 maggio 2019

Di Bruno Ballardini  www.karateantico.it

A che punto sono oggi le ricerche sulle origini del kata Naihanchi?

Gli studiosi stanno cominciando ad individuare solo in questi ultimi anni alcuni dettagli chiave contenuti nei pochi scritti che abbiamo, dettagli che potrebbero indirizzarci a nuove scoperte. Choki Motobu, nei suoi due libri Okinawa Kenpo toudijutsu Kumite-hen (1926) e Watashi no toudijutsu (1932) dichiara che “il Naihanchi fu importato dalla Cina, dove non era più praticato”. Questo renderebbe inutile oggi ogni tentativo di rinvenire in qualche forma cinese il canovaccio originario da cui derivò il Naihanchi. C’è da sperare solo nell’incompletezza delle conoscenze di Motobu.

Ma c’è un prezioso indizio fin qui sfuggito a molti studiosi: Gichin Funakoshi, a pagina 4 del suo Ryukyu Kempo Karatejutsu (1922), afferma che i primi due Naihanchi venivano praticati originariamente con una posizione cosiddetta “a zampe di piccione” (mentre il terzo utilizzava la posizione del cavaliere che all’epoca era assai corta, quasi in piedi). Questo modo di eseguire il Naihanchi è ancora visibile nell’Isshin Ryu. Ma la posizione di cui parla Funakoshi non è altro che il Sanchin dachi con i piedi paralleli! Questo indizio rafforza l’ipotesi che il Naihanchi provenga dal Sud-Est della Cina, precisamente dal Fujian, regione in cui erano maggiormente diffusi gli stili della Gru Bianca, e dunque sia strettamente imparentato con il kata Sanchin (nella Gru Bianca, Sam Chien). Si tratta di due kata fondamentali per la corretta pratica della respirazione col tanden in abbinamento con tutte le tecniche.

Oggi la teoria che fa risalire il Naihanchi a Matsumura (poi a Itosu che apportò al kata antico sostanziali modifiche) e lo inserisce quindi nello Shuri-te, appare meno credibile. Un dato significativo è che, come riporta McCarthy, Kanryo Higashionna (1853-1917) rimase nel Fujian dal 1873 to 1882 e lì apprese diversi kata che portò a Okinawa. Tra questi, il “Koshiki Naihanchi” (Naihanchi antico) che praticò assiduamente insieme al Sanchin. Anche questo può lasciare intendere che i due kata fossero in qualche modo imparentati. Tuttavia, gli allievi di Higashionna non mantennero il Naihanchi nel curriculum dei kata del Goju Ryu e adottarono solo il Sanchin. In origine, prima che venisse adottato anche nello Shuri-te il Naihanchi era dunque un kata di Naha-te. Questo apre diverse prospettive nella ricerca.

Lo storico Akio Kinjo, nella sua ricerca delle radici del Naihanchi, riporta di aver conosciuto nel 1960 Danchi Kaneko, un agopuntore che viveva in Yonabaru e che aveva studiato uno stile taiwanese della Gru Bianca noto come Qiu Ban Ban Si Bai Quan. Kaneko insegnava una forma chiamata Neixi (lett. “interno del ginocchio”), che includeva la stessa tecnica presente nel Naihanchi, il nami-gaeshi, che consisteva nello spazzare un calcio con la pianta del piede colpendo fino all’interno della coscia la gamba dell’avversario. Kinjo, da quanto riuscì a scoprire nel Fujian, afferma che il termine “Neixi” si pronuncia “Nohanchi” nel dialetto di Fuzhou. In base a questo, l’autore ritiene che il Neixi sia il precursore del più recente kata Naihanchi di Okinawa (Kinjo, 1999).

Sulla parentela che si sta ipotizzando tra il Naihanchi e il Sanchin – non tanto nella sequenza di movimenti quanto piuttosto nei principi interni di assetto del koshi, nell’uso della posizione sanchin, e nei movimenti corti per il combattimento a distanza ravvicinata – si sta indagando tramite la comparazione. La forma classica del Sam Chien dello stile dei Cinque Antenati comprende torsioni del tronco e perfino un colpo di gomito totalmente assenti nel Sanchin moderno, ma assai simili a quelli che troviamo nel Naihanchi. Se si ripristina la posizione originale del Naihanchi antico, ovvero il sanchin dachi con i piedi paralleli (così come praticava anche Hidetaka Nishiyama) e si prova ad eseguire il kata da fermo, senza spostamenti laterali, l’analogia risulta evidente.

Abbandonate le interpretazioni fantasiose su un’ipotetica applicazione “specializzata” del kata al combattimento in spazi particolarmente ristretti (su una barca, su un ponte, nelle risaie, ecc.) oggi studiosi come Ryan Parker stanno mostrando come le tecniche nascoste di questo kata comprendano un repertorio immenso di applicazioni a distanza ravvicinata, analoghe a quelle di altri stili della Gru Bianca. Si sta abbandonando l’ipotesi che il kata insegni il combattimento in una condizione estrema, e cioè avendo alle spalle un muro ed essendo circondati da avversari, sia frontalmente che lateralmente, in virtù di un’altra ipotesi: il tipico passo incrociato del kata si riferirebbe ad un mawatte, dato che a Okinawa si girava più spesso spostando la gamba avanti, dunque ad un cambio di fronte poi scomparso nella “semplificazione” moderna. Secondo questa ipotesi il kata conteneva due cambi di fronte e alcune scuole di karate antico, infatti, hanno continuato a tramandare proprio questo modo di praticarlo.

Riferimenti

Aragaki K. (2000) Okinawa Budo Karate no Gokui, Tokyo, Fukushodo.

Kinjo A. (1999) Karate-den Shinroku, Naha, Okinawa Tosho Center.

Murakami K. (1973) Karatedo & Ryukyu Kobudo, Tokyo, Seibido.

 

 

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