In difesa del karate-do

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In difesa del karate-do

Eventskarate 03 luglio 2019

Sergio Roedner

Mi sono spesso chiesto che cosa intendesse il maestro Funakoshi quando, nella prefazione alla prima edizione del suo Karate-Do Kyohan, parlava dello “stato miserevole in cui si trovava il karate” alla fine della seconda guerra mondiale.

Non solo era decaduta la tecnica, aggiungeva il maestro, ma lo “stato spirituale” del karate era quasi irriconoscibile. Più avanti precisava le sue accuse: “gli istruttori di carattere scadente pongono spensieratamente l'enfasi dell'allenamento sulle tecniche piuttosto che sugli aspetti spirituali del do” e molti allievi “imparano quest'arte solo come tecnica di combattimento”.
Ho avuto la fortuna di imparare il karate da maestri di altissimo livello tecnico e spirituale e non mi sono trovato in una situazione simile a quella denunciata da Funakoshi almeno fino all'inizio degli anni 90, dopo vent'anni di pratica. Il karate italiano era reduce da un tentativo, fallito, di unificazione tra le due più significative organizzazioni: la Fesika e la Fik. Per dieci anni ci eravamo dedicati all'agonismo, adattando le tecniche di karate al regolamento arbitrale e sacrificando tutto ciò che non era spendibile in gara. Nonostante io avessi votato contro l'unificazione,mi ero poi adeguato come gli altri e allenato i miei atleti perché vincessero in gara. Ora non sono fiero di ammetterlo ma è stato proprio così.
Ora, nel 1990 o giù di lì, dato che il mio maestro di un tempo aveva smesso di insegnare e di praticare, io mi trovavo come un ronin, un samurai senza padrone, e decisi di presentarmi al maestro del mio maestro, vale a dire il caposcuola dello Shotokan in Italia, il maestro Shirai, che mi accolse con gentilezza e benevolenza. Fin dalla prima lezione mi resi conto che avevo disimparato il karate con cui avevo ottenuto quindici anni prima il grado di cintura nera. Non riuscivo più ad eseguire con efficacia oi-zuki, le mie posizioni erano alte e corte,le mie tecniche di kumite arrivavano “prima”ma mancavano di kime e quindi di efficacia. Un vero disastro. Ero terzo dan e lo sarei rimasto a lungo(vent'anni!).A tal punto l'enfasi sull'agonismo aveva stravolto e snaturato il mio karate e, devo crederlo, quello dei miei allievi.
Non mi consolava il sapere da una mia allieva, che era stata otto anni nella squadra nazionale, che i rinomati campioni di kumite che militavano nei gruppi sportivi militari ignoravano persino i kata di base del loro stile, il wado-ryu, e non avevano fatto un kihon in tutta la loro carriera, anzi,come testimoniò il maestro Capuana, ignoravano anche il significato della parola kihon.
Perchè rievoco fatti di un quarto di secolo fa? Perché la storia si ripete, anche la storia del karate. L'unificazione del 1979, credeteci o no, aveva come obiettivo il riconoscimento del CONI e quindi il destino olimpico del karate, che tuttavia avrebbe dovuto aspettare quarant'anni (1978-2008). Ora i giochi sono fatti e il karate olimpico,come tutti già saprete, debutterà aTokyo nell'estate del 2020. E' solo normale che chiunque insegni o semplicemente pratichi karate, si chieda se un giorno i suoi atleti più promettenti avranno la possibilità di contendere per i colori azzurri, e in che modo possa prepararli per l'evento.
Lasciando questi dettagli agli appassionati dell'agonismo, che non mancano in nessuna organizzazione, il mio appello è invece a fare in modo che non accada al karate quello che è già accaduto al judo dopo Tokyo 1964: il patrimonio tradizionale della disciplina decurtato e condannato all'estinzione, con l'esclusione delle poche tecniche che pagano in gara.
Si dirà che le gare esistono “da sempre” (almeno dai tempi di Funakoshi) anche nel karate e non hanno impedito la sopravvivenza e anche il successo di numerosi dojo fedeli allo spirito originario dell'arte marziale. E' vero, ma già quest'agonismo “tradizionale” evidenzia una deplorevole tendenza alla specializzazione, alla creazione cioè di atleti abili solo nel kumite di gara o nel kata da gara. Immaginiamoci se il sogno olimpico non indurrebbe molti istruttori (naturalmente per il “bene” dei loro agonisti) ad allenare solo loro, e solo in vista delle competizioni.
Dovremmo invece pensare che la stagione delle gare dura qualche anno,ma la pratica del karate-do la precede e la segue. Io ho sessantasei anni e ho fatto una sola gara, ma il karate che imparo e che insegno mi ha accompagnato nelle varie età della mia vita e l'ha resa migliore. E' l'augurio che rivolgo a tutti voi, insieme all'invito a condividere queste riflessioni se le sentite anche vostre.
Oss! Sergio Roedner