
Lettera aperta: ai nemici del karate, ai dirigenti, ai responsabili tecnici,
a tutti coloro che hanno a cuore il futuro del karate.
Nella vita si pensa spesso di dover scegliere tra subire ed essere rispettati, ma questa è una visione troppo rigida. Il rispetto non nasce solo dal non subire, ma anche da come ci si comporta, da come si comunicano i propri limiti e dalla coerenza personale. Si può essere rispettati senza essere aggressivi, così come si può smettere di subire senza entrare in una logica di scontro continuo.
Solo una piccola percentuale vive davvero di karate, spesso all’interno di strutture militari o paramilitari, tra agonismo e insegnamento professionale. La maggioranza, invece, pratica due o tre volte a settimana per poche ore, molti praticanti sono bambini e gli insegnanti, ormai tutti grandi maestri, fanno spesso grandi sacrifici, sia economici sia personali.
Il karate, se praticato correttamente, non dovrebbe insegnare a subire, ma neanche a reagire con rabbia. Dovrebbe piuttosto insegnare a non farsi mettere i piedi in testa, mantenendo sempre equilibrio.
Se alcuni tecnici, maestri o associazioni danno l’impressione di “subire tutto”, anche da parte della cosiddetta “federazione ufficiale”, il problema probabilmente non è il karate in sé, ma le persone.
Verosimilmente dirigenti, arbitri, tecnici e atleti restano perché hanno investito anni in quel contesto, temono di ricominciare da zero, cercano una legittimazione “ufficiale” oppure si sono semplicemente abituati a quel sistema. Quindi, più che incomprensibile, è umano… ma non per questo giusto.
In definitiva, non si capisce perché si debba continuare a praticare in un ambiente ostile o litigioso quando esistono valide alternative al di fuori della “federazione ufficiale”. Non è obbligatorio scegliere tra subire ed essere rispettati: esiste una terza via, più difficile ma più solida, che consiste nel farsi rispettare senza perdere equilibrio.
Questa è la parte più difficile, perché implica dire dei “no” chiari, accettare possibili conseguenze (anche uscire da un sistema) e non cadere né nella sottomissione né nello scontro sterile.
E soprattutto implica una cosa che nel karate dovrebbe essere centrale: la coerenza personale.
Ed è questa, alla fine, la scelta più giusta.
Tacere, oggi, significa essere complici.
Roma 05/09/2026
Un tecnico di karate
Roberto De Luca