
Quel che non sapevi.
Quando si pensa alle arti marziali giapponesi, viene in mente lo scontro deciso in pochi secondi. Ma il bōjutsu e il jōjutsu raccontano anche un’altra idea: usare il bastone per prendere il controllo della situazione, non per trasformare ogni aggressione in una tragedia.
Il jō, il bastone tipico di alcune di queste tradizioni, misura circa 1,27 metri. Non è una spada e non richiede per forza di cercare il colpo definitivo. Può servire per tenere lontano l’avversario, colpire un arto, spezzare il suo equilibrio o costringerlo a lasciare la presa.
La differenza è enorme. Un colpo alla testa o al torace può uccidere; un’azione sulle mani, sui polsi o sulle gambe può invece interrompere l’attacco e lasciare una possibilità di fermare l’aggressore senza distruggerlo. Non significa che queste tecniche fossero innocue: un bastone resta un’arma. Significa che il risultato cercato, in alcune linee di insegnamento, poteva essere il controllo.
Questo principio si vede ancora meglio nelle tecniche tradizionali di immobilizzazione. Leve, proiezioni, sbilanciamenti e legature fanno parte di un mondo marziale in cui vincere non voleva necessariamente dire ferire nel modo più grave possibile. A volte bastava far cadere una persona, bloccarne i movimenti e impedirle di continuare.
Ed è qui che bisogna stare attenti alle storie troppo belle. Non è stato possibile confermare con sufficiente precisione l’esistenza, tra il Seicento e l’Ottocento, di specifiche scuole rurali nate per contadini e cittadini con la missione dichiarata di difendersi da banditi o samurai violenti senza uccidere. È un racconto plausibile, ma non va presentato come un fatto dimostrato.
Quello che le fonti permettono di dire è più solido e, forse, ancora più interessante: in Giappone esistevano tradizioni del bastone e della restrizione che comprendevano tecniche di percussione, controllo e immobilizzazione. La violenza non spariva, ma poteva essere dosata.
Il vero allenamento, quindi, non era soltanto imparare a colpire. Era capire quando fermarsi, dove intervenire e quanto danno fosse davvero necessario. In una situazione reale, la tecnica migliore non è sempre quella che lascia l’avversario a terra per sempre: può essere quella che fa finire lo scontro prima che qualcuno non possa più tornare a casa.
Quel che non sapevi, in breve
1,27 metri: la lunghezza tipica del jō
Fonti: koryu, wikipedia
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