Paolo Arlotti

Nel Karate è necessario perfezionare continuamente la tecnica. Ma perché?

Se il nostro approccio è esclusivamente agonistico, il lavoro sarà inevitabilmente orientato al risultato sportivo. Ci alleneremo con campioni e allenatori che, sulla base della propria esperienza, ci daranno indicazioni per essere sempre più performanti in gara.

Un percorso legittimo, naturalmente. E probabilmente molti saranno convinti di aver fatto un buon Karate.

Ma il Karate è soltanto questo?

Quanto pesa il bagaglio culturale che si nasconde, neanche troppo, dietro questa arte marziale?

E soprattutto, questo bagaglio può essere improvvisato?

La storia di Okinawa, le sue radici, la filosofia, l’evoluzione e i principi che hanno accompagnato lo sviluppo del Karate non sono elementi accessori. Sono parte della disciplina stessa.

Per comprenderli servono studio, ricerca, confronto e anche la disponibilità a mettere in discussione ciò che crediamo di sapere.

Ma non solo,entrano in gioco anche fattori apparentemente distanti come:

Alimentazione, condizione fisica e abbigliamento adeguato,diventano parte della preparazione. Anche il modo in cui ci presentiamo sul tatami comunica qualcosa. Chi insegna dovrebbe esserne consapevole.

Perché pretendiamo di perfezionare il gesto tecnico, ma qualche volta dimentichiamo di perfezionare tutto ciò che gli sta intorno.

Per questo mi sono sempre chiesto se perfezionare la tecnica significhi soltanto migliorare un gesto, rendere più efficace un movimento o ottenere un risultato migliore.

Forse perfezionare la tecnica significa anche comprenderne le ragioni, conoscerne le origini e capire il pensiero che l’ha generata.

Perché si può diventare molto bravi a fare Karate senza aver necessariamente compreso fino in fondo cosa sia il Karate.

E forse è proprio qui che comincia la differenza.

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