
Roberto Bacchilega
C’è una contraddizione che, da insegnante di karate, vedo sempre più spesso e che mi preoccupa.
Da una parte ci siamo noi insegnanti, che cerchiamo volutamente di mettere i ragazzi davanti alle difficoltà.
Li facciamo cadere per insegnargli a rialzarsi.
Li facciamo riprovare quando vorrebbero mollare.
Chiediamo disciplina quando sarebbe più facile lasciar correre.
Pretendiamo impegno, costanza, sacrificio e responsabilità.
Perché il nostro compito non è soltanto insegnare una tecnica o preparare un atleta.
È preparare una persona alla vita.
Nel karate, come nella vita, non tutto va come vorremmo. Ci sono sconfitte, frustrazioni, fatica, errori, momenti in cui non ci si sente all’altezza. E proprio attraverso queste difficoltà si cresce.
Il problema è che, troppo spesso, quello che noi cerchiamo di costruire in palestra viene completamente annullato fuori.
Famiglie che cercano di eliminare ogni ostacolo dal cammino dei propri figli.
Che intervengono alla prima difficoltà.
Che giustificano ogni errore.
Che trasformano una frustrazione in un’ingiustizia.
Che cercano continuamente la strada più semplice perché il proprio figlio non debba soffrire.
Lo fanno per amore, ne sono convinto.
Ma amare un figlio non significa necessariamente rendergli la vita facile.
A volte significa lasciargli vivere una difficoltà.
Lasciarlo perdere.
Lasciarlo sbagliare.
Lasciarlo affrontare una fatica.
Lasciarlo essere deluso.
Lasciarlo trovare da solo la forza per riprovarci.
Perché se oggi eliminiamo ogni piccolo ostacolo, domani cosa succederà davanti a un ostacolo vero?
E allora capita una cosa paradossale: una difficoltà che nello sport dovrebbe essere un semplice allenamento alla vita diventa, per il ragazzo, un ostacolo insormontabile.
E noi insegnanti ci troviamo a combattere non contro la fragilità dei ragazzi, ma contro l’impossibilità di farli confrontare con essa.
Io credo che lo sport abbia ancora una responsabilità enorme.
Il karate non deve essere il luogo dove tutto è facile.
Deve essere il luogo sicuro dove imparare che le cose difficili si possono affrontare.
Per questo, forse, genitori e insegnanti dovrebbero smettere di chiedersi:
“Come posso evitare che mio figlio faccia fatica?”
e iniziare a chiedersi:
“Come posso aiutarlo a diventare capace di affrontare la fatica?”
Perché il nostro compito non è asfaltare la strada ai nostri ragazzi.
È insegnare loro a camminare anche quando la strada diventa difficile.
E, sinceramente, guardando il futuro di molti giovani, credo che questa sia una delle lezioni più importanti che possiamo ancora insegnare.
Cordialmente