Aurelio Bonafede

Nell’argomentare II Karate non è raro che mi si chieda cosa penso della pratica del kata; questo argomento mi sta talmente a cuore che è come se aprissero il vaso di Pandora.
La mia risposta, come si può immaginare, non è breve; Inizio facendo un excursus della Storia Che riguarda la metodologia di tramandare la conoscenza dai maestri del passato, in oriente.
L’insegnamento doveva essere soltanto diretto, dal maestro al discepolo; la regola principale della didattica Zen era quella di non conservare nulla di scritto e, a questo,
si attengono scrupolosamente tutte le arti e discipline.
Con questa regola intransigente, i maestri Zen cercavano di limitare l’accesso alla conoscenza a chi non era predisposto alla “illuminazione’ In un racconto Zen, narra di un allievo chiamato dal suo maestro in punto di morte; nel passargli le “consegne”, come convenivano le procedure del distacco, gli consegnò la veste e la sua ciotola e poi gli disse di prendere un grosso manoscritto che aveva ben riposto in una cassapanca, nel quale lui e i suoi predecessori avevano scritto tutto il loro sapere.
L’ allievo prese il manoscritto e lo gettò nel fuoco, il maestro morente gli gridò: Fermo! !
Cosa fai!!! L’allievo rivolgendosi al maestro gli rispose: Ma che dici!
Per quello che ho capito io lo Zen è Zen, non si pratica e non lo si può insegnare: c ‘è chi è Zen e chi non lo sarà mai, non è fruibile a tutti.
Oggi si scrive di Zen, si parla di Zen e si insegna lo Zen, come tutto quello che è toccato dall ‘occidente si trasforma in bene godibile e commercio.
Non sono certamente gli abiti o gli atteggiamenti a farci entrare realmente nello Zen o nel Karate, nel Judo, nel Kendo, nello laido .Anche se molti, a livello mentale, potrebbero (teoricamente) essere in grado di accedere alle conoscenze, nella maggior parte dei casi, mancano le doti fondamentali di perseveranza, volontà, predisposizione fisica o apertura mentale.
La regola del non lasciare ai posteri nulla di tangibile con lo scritto, serviva a non permettere a chiunque di avvalersi del lavoro e delle esperienze degli altri, saltando a piè pari le esperienze negative che sono fondamentali in ogni percorso formativo di
apprendimento.
Nel suo pensiero filosofico, Socrate utilizza il medesimo metodo d’insegnamento ed è solo grazie a Platone e Senofonte (che osarono tramandare per scritto tradendo gli insegnamenti del loro maestro) , che le notizie di Socrate sono arrivate fino a noi.
Un gran numero di matematici, fisici, chimici e medici, esce dalle università con la preparazione e la conoscenza necessaria, ma soltanto un numero esiguo va oltre l’ insegnamento ricevuto, si evolve, inventa e crea nuove vie; con la curiosità dei loro
perché, passano dalla teoria alla pratica e quindi attraverso gli errori, ampliano la propria esperienza e conoscenza, aprendo la via al progresso, perché nulla è fermo, tutto Si muove.
Nella nostra epoca, ascoltiamo spesso intellettuali inserire nei loro discorsi frasi o pensieri di grandi pensatori del passato, senza aggiungere nulla di personale, della loro esperienza; si avvalgono del pensiero di menti eccelse ma, in realtà, ostentano solo
semplici capacità mnemoniche.
Molti critici sono un grande esempio di questa tendenza, personaggi che non sapendo fare, costruiscono intere carriere facendo le pulci a chi invece fa e sa fare.
Pensiamo a quanti geni del passato sono stati repressi, messi al bando e massacrati dal cattedratico del momento ed in seguito riconosciuti geni, soltanto quando non erano più in grado di disturbare chi aveva 1a mente assopita.
Questa lunga premessa è stata necessaria per ottenere un quadro preciso di cosa abbiamo ricevuto in dono con i kata.
II KATA: modello, forma, estetica, eleganza, stile. Nella lingua giapponese non esistendo il plurale, le parole conservano le medesime pronunce (un kata, due kata, tre kata e cosi via.. .).
II kata è la forma, il modello, la propedeutica creata dai maestri del passato per tramandare l’insegnamento ed addestrarsi in solitaria nella pratica del Karate, dello laido.
Come per il musicista, per il quale la conoscenza delle note e la pratica delle scale musicali, sono le basi per raggiungere la padronanza dello strumento, per un praticante di karate, o qualsiasi altra arte marziale, lo studio perseverante dei kata rappresenta le fondamenta essenziali per dirla in breve è l’ ABC a cui fare riferimento.
I kata che sono arrivati a noi non possono essere definiti originali o tradizionali, definirli tali sarebbe una vera forzatura, perché hanno subito infinite mutazioni, essendo stati tramandati dai maestri a innumerevoli allievi per centinaia di anni e di
conseguenza, per dimenticanza o evoluzione, l’originalità è sicuramente andata perduta.
La definizione più consona, a mio avviso, sarebbe kata dello stile di appartenenza, ma con la metodologia o la didattica del tale o del tal altro maestro.
Con l’avvento delle competizioni di kata si è contribuito considerevolmente all ‘allontanamento dalla “tradizione ” puntando tutto sulla scenografia e sull ‘artificio funzionale.
A mio parere, i kata sono troppi e la pratica di tutte le varietà non crea perfezionamento e all ‘atto pratico, confusione e indecisione.
Di conseguenza, nel momento del bisogno, ci si comporta come nel racconto dell ‘asino che avendo due mangiatoie a disposizione e non riuscendo a decidere da quale iniziare, morì di fame.
Un esempio calzante e negativo è quello della competizione sportiva; nel kumite, detto sportivo, le tecniche evolute dei kata sono completamente assenti.
La tattica, la difesa, è molto povera: si aggredisce 0 si fugge.
La conoscenza di tutti i kata di scuola non deve precludere la specializzazione in un kata prescelto, ovvero il kata che ci è più consono, non solo in riferimento alla sua perfetta esecuzione, ma al saperlo utilizzare e padroneggiare nello scontro libero, con
tutte le sue tecniche e le sue tattiche.
In conclusione, l’affannosa ricerca della perfezione esecutiva di un kata che poi si traduce nel solo utilizzo di calci, pugni, attacco e fuga istintiva del kumite, dovrebbe farci riflettere: cosa stiamo facendo?
A che scopo ci massacriamo in allenamenti se poi nel momento topico non li utilizziamo?
II quesito giusto da porsi dovrebbe essere: cosa non ho capito 0 cosa sto sbagliando?
Ovviamente è più facile fare quello che ci riesce e denigrare il resto, la vecchia storia della volpe e l’uva.
È importante notare che nel mondo del karate non mancano gli eccessi: c’è chi pratica solo calci e pugni e chi solo kata, chi rompe solo tavolette.
Questo equivarrebbe ad una scuola con una classe che sa solo leggere, l’altra che sa solo scrivere.
I kata non sono soltanto un programma da preparazione per esami per passaggio di grado e fatti gli esami messi nel dimenticatoio, il kata è l’insegnamento principe.
Non ci sono kata di serie A, B 0 C, ci sono solo kata più “moderni” e più antichi.
La pratica a 3600 del kata è l’unico metodo per arrivare alla crescita della conoscenza e del sapere avvalersi del metodo karate.
II kata è I ‘insegnamento base dal quale non ci si deve allontanare cercando scorciatoie scellerate che ci danno solo I ‘illusione della pratica karate.
Concludendo, per apprendere fino in fondo il Karate, questa è la formula giusta:
KARATE = KATA = KUMITE

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