
Paolo Arlotti
Oggi (06/11/2026) ho visto l’ennesimo video dell’ennesimo sedicente maestro. Uno che, forse per la propria inflessione dialettale, pronuncia «kàrate» invece di karate, ma soprattutto si sente in dovere di redarguire chi si permette di elogiare risultati ottenuti al di fuori di quella che lui considera l’unica organizzazione o federazione autorizzata.
Ma davvero siamo ancora a questo livello?
Il karate non appartiene a una federazione, a un marchio o a un’organizzazione. Appartiene a una storia, a una cultura e a persone che lo praticano e lo studiano, spesso con percorsi anche molto diversi tra loro.
E poi, diciamolo chiaramente: il karate sportivo, dopo l’esclusione dal programma olimpico, quale autorevolezza pensa ancora di poter rivendicare per stabilire chi è legittimato a fare karate e chi no?
La federazione ufficiale non ha, per questo solo motivo, qualcosa in più delle tante organizzazioni che operano sul territorio, con i loro maestri, i loro allievi e i loro risultati.
I gradi non danno il diritto di distribuire patenti di legittimità. E un’organizzazione non diventa proprietaria del karate.
Su, facciamocene una ragione. Il karate è molto più grande delle nostre sigle associative e le gare restano semplicemente delle gare
PS Foto di repertorio Campionato mondiale,uno dei tanti Italia vs Japan Tokyo 2024