Pensiamo alle Olimpiadi che giocheranno loro

Eventskarate 05 marzo 2010

Fonte: http://it.eurosport.yahoo.com/stefano-benzi mar 02 13:10

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Ci lasciamo alle spalle le Olimpiadi: non è stata una grande edizione per la nostra rappresentanza italiana. Ma ribadisco per l’ennesima volta un concetto che mi sta a cuore: non è solo con le vittorie e con le medaglie che si testimonia la crescita di un paese e del suo movimento sportivo. A oggi l’Italia è un paese vecchio, pigro, indolente e accomodante nei suoi cambiamenti e come al solito molto clientelare nella gestione delle sue istituzionalità.

Il ripensamento che dovrebbe essere figlio di qualsiasi insuccesso, anche in ambiti ben più importanti dello sport, dovrebbe essere immediato, rapido, trasversale e totale. E invece siamo qui a interrogarci sul perché si è vinto poco: senza capire che nelle frase che alcuni dei nostri atleti hanno pronunciato al termine dei giochi ci sono già molte risposte. I sacrifici che alcuni di loro fanno per allenarsi, per avere strutture competitive, tecnici a completa disposizione, programmi moderni e risorse sono tanto mostruosi quanto poco evidenti.

Ci si chiede perché i nostri atleti facciano pubblicità, e non parliamo dei calciatori: ma di personaggi come Josefa Idem, Valentina Vezzali, Carolina Kostner, Andrew Howe. Chiediamoci anche se senza questi sponsor, o senza uno stipendio che arriva da istituzioni militari, questi ragazzi si potrebbero allenare regolarmente. Chiediamoci quale dovrebbe essere il ruolo delle scuole e delle università che in tutti i paesi del mondo è di enorme importanza nell’avviamento allo sport e che da noi è invece ridotto ai minimi termini. E chiediamoci sporattutto quanto sia legittimo che le federazioni continuino a essere gestite come organismi politici con un ricambio generazionale che non segue mai, e per nulla, quello degli atleti. Il livello delle nostre Olimpiadi comincia da come avviamo i nostri ragazzi allo sport, dalle palestre delle nostre scuole, dall’attenzione che noi genitori diamo all’educazione fisica dei nostri figli, dai costi che si affrontano oggi per far praticare loro uno sport e da molte altre cose.
Ho seguito con una certa curiosità lo sfogo del ministro Frattini che oggi dice, in sintesi, che non ha senso che gli atleti facciano tanti sacrifici se poi molte federazioni sprecano soldi in attività di comunicazione, o di ‘consolidamento sociale’: feste, viaggi e altro.

Strano, è esattamente la stessa cosa che penso io della classe politica di oggi. Magari generalizzando, ma non approssimando di certo per eccesso.

Le Olimpiadi di Vancouver sono costate circa tre milioni di euro. Quanto costa oggi creare un campione? Alle famiglie moltissimo, un’enormità. E io penso invece che non dovrebbe costare nulla portare un ragazzo ad allenarsi, in piscina o su una pista d’atletica, e fare in modo che si diverta: nulla… e se avrà i numeri per diventare un campione ci saranno società e istituzioni che potranno investire su di lui, a cominciare dai suoi studi.

La crisi dei risultati italiani è evidentissima: ma siamo in buona compagnia. Anche l’Austria non è andata bene, anche la Francia. Mal comune mezzo gaudio? Ma dove… ci sono paesi come la Norvegia che hanno un decimo della nostra popolazione e investono il 30% del tempo dei loro figli nell’attività fisica in strutture sportive ricettive, sicure, accessibili. E ci sono paesi che al pomeriggio lasciano libero accesso (gratuitamente) agli studenti per qualsiasi struttura sportive: niente scuola, solo sport. E non solo calcio: ma anche tuffi, nuoto, rugby, pallamano, pallacanestro, ginnastica, pattinaggio., arti marziali.

Altrove hanno programmi e strutture sportive che fanno impallidire quello che noi offriamo ai nostri ragazzi: se hai fortuna capiti in un piccolo comune, con un’amministrazione civica più sensibile alle necessità della gente che non al volere del partito di maggioranza locale. Una delle più grande vergogne del nostro paese è stata la cancellazione dei Giochi della Gioventù, spazzati via nel 1996 dopo trenti anni di storia per essere riproposti in tono dimesso nel 2007. E siccome l’incapacità pubblica mal sopporta lo spirito organizzativo privato, qualsiasi iniziativa sportiva rivolta ai giovanissimi diventa da ‘monitorare’, perché se porta il nome di una bibita, di un biscotto o di una banca; o forse perché solo le federazioni hanno il diritto di promuovere lo sport. Gli altri sono intrusi.

Un’analisi globale è impossibile: e sarebbe comunque dispersiva e poco attenta. Ma una critica ci deve essere: meglio se un’autocritica arriverà da politici (che distribuiscono fondi) e federazioni (che dovrebbero reperirne altri e investirli).
Troppo comodo dire… “non abbiamo dei campioni, non abbiamo dei fuoriclasse”. In alcuni sport ce lo sentiamo dire da trent’anni: che cosa si è fatto in questi trent’anni per crearne di nuovi? Poco, nulla. Ma fino a quando sport e strutture verranno gestite con criteri politici e personaggi politici, siamo destinati a questo.

Domani lascerò la parola ai commentatori di Eurosport che hanno raccontato questa Olimpiade per così tante ore e con così tanta passione. Li ho visti soffrire e sperare in una medaglia azzurra: non per voglia di protagonismo, ma perché sono sono emozioni che chi ha la fortuna di fare questo mestiere non dimenticherà mai.
Sono molto fortunato a fare questo mestiere da così tanti anni: raccontare lo sport è qualcosa di straordinario, e poterlo fare liberamente è un privilegio. Mi piace tutelare questo aspetto di chi lavora con me. Dunque ai miei commentatori ho chiesto di dire, liberamente, che cosa lasciano queste olimpiadi a loro, indipendentemente dalle delusioni.

Ogni vostro contributo sarà apprezzato.

 

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