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Intervista al Maestro G. Perlati

 eventskarate 1 settembre 2000

  L’intervista al Maestro Giuseppe Perlati è stata pubblicata sul sito del M° Severino Colombo

  Il giorno 15 Luglio 2000, in occasione dello stage J.K.A. (Japan Karate Association) a Lonato, il maestro Giuseppe Perlati ha gentilmente rilasciato questa intervista.

Nato  a Castelfranco Emilia nel 1943 svolge l’attività di maestro di karate al Musokan Club di Bologna. Cintura nera 1° dan nel 1969 ha ottenuto la qualifica di istruttore nel 1972 e quella di maestro e arbitro nazionale nel 1975. Socio fondatore e vice presidente della F.I.K.T.A. (Federazione Italiana Karate Tradizionale ed Affini) con funzioni di segretario generale, è uno delle tre cinture nere 7° dan della nostra Federazione.

Profondo conoscitore della storia del karate, vive in maniera appassionata il suo impegno e ha la rara capacità di esprimere le proprie idee in maniera chiara e vivida.

Quando,perché e con chi ha iniziato a praticare karate? Ho iniziato nel 1963 con il maestro Bruno Baleotti. Era maestro di judo ed aveva cominciato a praticare karate un po così, imparando sui libri, poi aveva seguire uno stage con il maestro Murakami, dello Shotokai, nella palestra del maestro Guaraldi, al Kodokan di Bologna. Mi iscrissi al suo corso di judo all’inizio del 1963. Dopo l’estate, quando tornai in palestra, c’era anche un corso di karate: mi incuriosì e scelsi di frequentarlo. Il judo prima e il karate poi mi attiravano perché volevo imparare a difendermi. Ero un pò timido e avevo dei compagni così … poche volte le davo, molte volte le prendevo … E c’era anche un alone di mistero attorno all’Oriente; del karate, poi, non si sapeva proprio niente. Leggendo in una rivista, quella del maestro francese Plèe, vidi il kata Heian Shodan e poi anche un filmato: mi piaceva l’esplosività del movimento, il fatto di muovere velocemente il corpo in una direzione o l’altra e di colpire con potenza dirompente. Non c’erano ancora stati i film di Bruce Lee ma in quella pellicola in bianco e nero c’erano dei giapponesi che facevano karate: si vedeva proprio il pugno accompagnato da uno spostamento in avanti, solidissimo, che rompeva tutto quello che incontrava. Rimasi affascinato. Solo dopo capii di aver visto il mio primo oizuki. Quando lei ha iniziato la pratica com’era il karate italiano e chi sono stati i Quando ho iniziato, come ho detto, pochissimi praticavano. C’era un gruppo di karateka dello Shotokai in Toscana.

palign=”justify”>Avevano iniziato tra il ’58 e il ’60 e il maestro Murakami veniva dalla Francia e teneva degli stage per loro. Ricordo il maestro Campolmi, anche  lui dello Shotokai. Qualcuno nel Lazio praticava Wado Ryu, ma erano voci.</p>
<p align="justify"”A Bologna eravamo solo noi. Insomma si sapeva di altri gruppi ma nessuno, ad eccezione dei toscani, aveva una propria scuola. Il vero karate è iniziato con l’arrivo del Maestro Shirai. Si può dire allora che lei, tra i praticanti in attività, sia quello di più vecchia data?

Con il Maestro Shirai c’erano Parisi, Falsoni, Ottaggio, Fassi Abruzzo, Baleotti, Balzarro ed io. I pionieri, praticamente, fummo noi. <strong>Cos’ha significato per il karate italiano l’arrivo del Maestro Shirai.</strong></p>
<p align="justify”>Da quel momento il nostro karate ebbe una svolta. Noi facevamo karate guardando delle fotografie, dei filmati, imparando le tecniche agli stage. Provate ad immaginare: insegnare quello che avevi imparato partecipando a quel semplice stage!

Ricordo ancora con emozione l’arrivo del Maestro Shirai. Andammo via da Bologna sapendo solo che questo signor Shirai, maestro giapponese, inviato dalla J.K.A., era a Milano, in una certa zona. Non avevamo nemmeno l’indirizzo preciso. Partimmo da Bologna per andare a cercare questo giapponese a Milano ….. Girammo finché, verso le undici di sera, lo trovammo. Suonammo il campanello di casa sua. Lui parlava pochissimo l’italiano: era stato invitato dal maestro Fassi; gli proponeva di aprire una palestra a Bologna. Questo primo incontro fu per me molto importante perché vidi una persona, per quel poco che avevo capito nel parlare, che aveva un obiettivo chiaro: dove andare e cosa fare nella vita, perché insegnare karate. Cominciammo a chiamarlo Maestro da allora: era un atleta che aveva vinto i campionati giapponesi ma rimaneva pur sempre un ragazzo di ventisette anni. Vedemmo giusto, come si è poi dimostrato. Secondo me, oggi è uno dei migliori maestri al mondo: ha una visione molto chiara delle cose e d’altronde solo lui è riuscito a costruire un’organizzazione (Istituto e Federazione) come la nostra: nel mondo non ne esiste un’altra paragonabile.

I pionieri, come li ho chiamati prima, furono i maestri Parisi e Ottaggio a Genova, Falsoni, Fassi e Abruzzo a Milano, poi Baleotti, Balzarro ed io a Bologna. Il karate iniziò così, con il primo gruppo del Maestro Shirai. In realtà io entrai a farvi parte qualche mese dopo, nella primavera del 1966. Loro avevano iniziato a Novembre del 1965 perché erano davanti a me. Baleotti era, praticamente, il mio maestro ed è stato lui ad andare dal maestro Shirai dicendo di avere un allievo, che ero io. Il maestro Shirai venne a Bologna a vedere quello che sapevo fare e disse :” Si, fallo entrare “. Ero il peggiore. Ho avuto la fortuna, essendo il peggiore, di continuare. Può dirci qualcosa del suo primo maestro?Il maestro Baleotti aveva grandi qualità, era piccolo ma fortissimo e in più era molto deciso: mi diede delle indicazioni chiare su cosa e come fare. Non fosse stato per lui forse non avrei capito neanche il maestro Shirai. Insegna yoga da diversi anni, dalla fine degli anni settanta.

palign=”justify”>E’ molto conosciuto per lo yoga in Italia. Ha sette figli, una casa in campagna. Vive la vita come vuole lui. Qual’è il suo rapporto con il maestro Shirai?</p>
<p align="justify"”Molto delicato, molto profondo. Il maestro non ha mai indottrinato nessuno, non ha mai fatto della teoria, ha sempre praticato, dato l’esempio, trascinando tutti, dimostrando continuamente: anche oggi era li che si allenava con noi. Il maestro ci sta indicando la via. E’ una grande cosa: lui sa fare uscire il meglio dalle persone. E’ il compito dell’educatore. Educare significa “tirare fuori” : “ducere” (condurre), “ex” (fuori) . L’exducere latino significa tirare fuori qualcosa, on mettere dentro. Il maestro Shirai ha questa capacità.

align=”justify” />Da quando lo conosco, ho sempre cercato di stargli vicino, al di fuori del karate, cercando di capire meglio le cose. Ma gli do ancora del lei, dopo tanti anni. Dentro di me lo considero un fratello più grande ma dico sempre "lei""e "maestro". Questo rispetto non è sottomissione cieca. "Oss" "a un significato molto profondo. "Oss" " "azienza. Quando viene stabilito qualche cosa, si dice "Oss", si fa la cosa poi si cerca di capire perché la si è fatta. Prima non c’è tempo di "ma", di "vediamo", di "non so". Con il maestro ho sempre seguito questo principio: quando lui parlava, io rispondevo sempre "Oss", anche quando non ero d’accordo. E mi sono accorto che molto spesso aveva ragione lui. Ho cominciato a rendermi conto che è difficile giudicare i padri, perché i padri hanno vissuto un altra vita. Un conto è cercare di vivere la propria vita, perché ognuno è libero, un conto è giudicare. Come potrei giudicare un maestro che insegna in tutto il mondo e ha molta più esperienza di me? Posso cercare di capire ma per giudicare bisognerebbe essere già passati dalla stessa via, avere fatto le stesse esperienze. Ma se non è così, come posso io dire a chi è sopra di me cosa fare? Ciò detto ho sempre cercato di essere sincero con lui. Quando non ero d’accordo lo dicevo. Sempre dopo. Ma lui aveva lo aveva già capito. Questo ha significato molto, per me, io dicevo "Oss" e lui, dopo un p" diceva "Beppe ..". " Questa situazion" mi fa continuame"te ragionare, pensare, vivere il karate. E’ ben presente nella mia mente e non solo quando faccio karate. Ci può raccontare le sue esperienze agonistiche?</p>
<p align="justify">All’inizio faceva"o tutti karate per fare karate, poi abbiamo fatto le gare perché facevamo karate. Dopo aver cominciato, nel 1966, feci la prima gara a Genova. Ho smesso nel 1978 perché avevo compiuto trentacinque anni, e dopo quell’età non si può più gareggiare. Devo dire che, allora, gareggiare era l’aspetto che mi interessava meno, nel karate. Vinsi una coppa Shotokan nel ’70, a Vicenza, arrivando primo nel Kata e secondo nel Kumite, dietro a De Michelis. Facevo parte della squadra di kumite di Bologna, con Baleotti, Balzarro, Ruffini e Baccaro e la squadra vinse consecutivamente per due tre anni. Andai ai mondiali di Tokyo nel ’73, di Los Angeles nel ’75 e di Tokyo ancora, nel ’77. Devo dire che ho capito solo dopo l’importanza che ha avuto per me l’agonismo. Praticandolo, ho dovuto allenarmi in un certo modo. Si comprende cosa sia l’istante: bisogna riuscire a fare la cosa in quel momento, perchè dopo non si può più recuperare. Ad un esame si può essere promossi o bocciati: si può sempre ritentare. In gara vinci o perdi. Ecco allora il concetto di Ippon ( colpo definitivo) nel karate tradizionale: bisogna riuscire a vincere con un colpo solo. Il momento della gara è anche quello di una prova con se stessi, con le proprie emozioni …Ricordo che al mio primo Campionato Italiano di kata portai Bassai Dai. Alla prima rotazione scomparve tutto: mi risvegliai ai due gedan barai (parata Bassa), quasi alla fine del kata. E la prima gara di kumite? E’ stata simpaticissima… non sapevo nulla delle regole. Ero cintura marrone. Vado sul tatami, combatto e mi dicono: "hai vinto". Pensai: " Ma allora"è facile! ". Torno sul tatami per il secondo incontro, combatto e mi dicono: "Hai perso" (ride). Ma"noi non avevamo niente e volevamo andare avanti a tutti i costi. Qual’è stato il periodo di maggiore crescita del Karate in Italia?</p>
<p align="justify">Gli anni Se"tanta. In quegli anni da zero praticanti siamo passati a più di centomila. Una crescita esponenziale: c’erano già il corso istruttori e il corso maestri. Quello del karate è un grande movimento. Il karate è disciplina, un’arte veramente eccezionale. Sto preparando un opuscolo promozionale partendo da questa idea: un ragazzo cerca una palestra con determinate caratteristiche cerca e le scarta tutte fino a che non incontra un dojo di karate tradizionale. Il karate ha molti pregi: è simmetrico, e non tutte le discipline lo sono, quindi si fa già una cernita. Il karate usa braccia e gambe, può essere praticato individualmente o in gruppo, e anche questo esclude altri sport. Può essere fatto senza attrezzature, a piedi nudi o con le scarpe. Il karate presuppone un avversario, oppure no; si può farlo per autodifesa. Possono praticarlo assieme bambini,anziani, uomini e donne. Non conosco altre discipline, se non quelle similari, che offrano questa varietà. Ma quello che secondo me rappresenta il punto fondamentale del nostro karate è il Kime. I maestri Kase e Nishiyama insistono proprio sul concetto di " Finishing Blow", colpo"definitivo, perché questa è la parte importante, quella che fa cambiare il modo di praticare. Il lavoro mentale, il lavoro su di sè è essenziale. Se si pratica pensando sempre che ci sia tempo per recuperare si ha un atteggiamento mentale di un certo tipo, ben diverso da chi pratica pensando che ogni imprecisione potrebbe portare alla morte. Faccio un esempio: quando da piccoli giocavamo alle spade, coi bastoncini, cercavamo di divertirci, senza farci male. Era un gioco. Ma se il bastoncino fosse un bastone usato con intenzione, si sta di colpo più attenti, no? E se il bastone fosse un boken, un arma talmente dura da uccidere? E se fosse una spada e il primo a colpire sopprime l’altro? L’atteggiamento cambia profondamente. Nel karate, se il combattimento è fatto ridendo, si riduce ad una serie di gesti fisici; se la stessa serie di gesti fisici si esegue con un altro atteggiamento, pensando che si potrebbe morire, tutto cambia. Questo è il principio del karate tradizionale. Altre arti hanno delle somiglianze: nella calligrafia giapponese, ad esempio, un conto è se si possono buttare via i fogli ad ogni macchia. E se invece non si potesse? Se ci fosse qualch’uno a controllare, con un bel bastone? Prima di mettere il pennello sopra il foglio, ci si preparerebbe bene, prima. Magari si comincerebbe a pensarci la notte prima, od ad allenarsi di nascosto. E si arriverebbe con la stessa carta, lo stesso pennello ma con un modo di fare diverso. Si toglierebbe tutto il superfluo. Oggi succede il contrario. La società ci riempie di cose inutili, illudendoci di farci felici. Invece si tratta solo di successo. La felicità è togliere il superfluo, andare all’esenziale. Le arti marziali offrono questo. Fanno capire ciò che si vuole, chi si è, cosa si ha dentro. Le arti marziali hanno un enorme ritorno psicofisico. I samurai, che le praticavano, acquisivano delle qualità indiscutibili perchè ogni giorno mettevano in gioco la loro vita. Se si è pronti a morire ogni giorno, allora si fa su se stessi un lavoro speciale, sia fisico che mentale. E bisogna essere sempre pronti. In palestra ci si mette di fronte, si fa il saluto e ci si mette in kamae (guardia): da li si comincia ad essere pronti. ma non confondiamo il saluto con qualcos’altro.<br /> Nel karate non c’è niente di superfluo, nessun vuoto rituale: si tratta sempre di autodifesa, di budo. Quando si esegue una tecnica bisogna farlo pensando alla propria vita. Si entra in palestra per essere pronti; se si è pronti nello spogliatoio è meglio, se si è pronti prima di andare nello spogliatoio è ancora meglio, se si è sempre pronti allora l’atteggiamento mentale è quello delle arti marziali. Se si è pronti a morire, pronti a difendersi.<br /> Tutto cambia, allora si impara a guardare in maniera diversa: guardare diritto ma vedere tutto intorno, tutti i particolari. Cambia davvero tutto: si può ridere ma essere seri dentro. Si può apparire duri ma essere rilassati: essere in un modo, fuori, e un altro dentro. Il karate sportivo ha molte qualità ma non c’entra più niente con l’arte marziale. Nello sport c’è il tempo, diceva il maestro di Shoto Zen Deshimaru; nell’arte marziale c’è l’istante. Il tempo è possibilità di recuperare. Nell’arte marziale ci sono la vita e la morte: siamo vivi adesso ma fra un secondo potremmo non esserlo  più, perchè basta proprio un attimo per morire. La vita è sempre in gioco: bisogna avere quest’atteggiamento mentale. Se si cammina su una riga disegnata a pavimento, lo si fa tranquillamente, senza timore e senza attenzione; ma se la riga è sollevata a dieci metri da suolo?<br /> Si deve avere lo stesso atteggiamento menatale che si avrebbe camminando nel vuoto quando invece si cammina sulla riga della palestra. Come? Immaginando di essere a dieci metri d’altezza. Questa è la grande intuizione del karate: immaginare l’avversario durante il kata, durante l’esecuzione delle tecniche: non si può colpire al massimo quando hai un compagno davanti, perchè bisogna usare il controllo. Invece si può dare il massimo nel kihon (tecniche fondamentali) e nel kata (forma), immaginandosi l’avversario. In Italia ci sono diverse Federazioni che gestiscono il karate. Ci può spiegare per quali motivi e come si è arrivati all’attuale frammentazione?<br /> Noi vogliamo fare un karate diverso da quello che propongono le federazioni di karate sportivo. Il nostro sport deriva da un’arte marziale. Mentre le altre federazioni istituiscono regolamenti per regolare uno sport, noi non condizioniamo il karate ai regolamenti ma i regolamenti al karate. Bisogna rendersi conto che seguiamo due discipline diverse. Faccio un esempio. Pensiamo al lancio del giavellotto. Il giavellotto è la lancia che anticamente serviva a uccidere la preda o l’avversario. Adesso il suo lancio non ha più niente a che vedere col gesto originale perchè vince chi tira più lontano, non chi colpisce il bersaglio. Oggi si tira lontano e non esiste una gara dove il giavellotto colpisca il centro del bersaglio. Noi vogliamo tirare e fare centro. Per questo ci interessa la posizione: basta provare cosa succede quando non c’è! Nel tameshiwari (tecniche di rottura) basta spostarsi di due centimetri che a rompersi sono le mani, non la tavoletta, la tecnica non è più efficace. Non lo inventiamo noi: basta provare. Non è sufficiente essere atletici e fare tante tecniche se il corpo non è tutto coinvolto, se la testa non è concentrata, se la respirazione non è corretta. E’ più difficile fare la tecnica muovendo il corpo che usando solo le braccia. E’ difficile equilibrare tutto. Ma è meraviglioso quando succede. A me è capitato solo due o tre volte di essere quello che stavo facendo. Uno choku-zuki (pugno da fermi): ho sentito l’equilibrio tra respirazione, concentrazione, corpo: bellissimo. Noi vogliamo andare in questa direzione e in questo siamo diversi da altre federazioni: non potremmo mai fare un karate che vada bene a chi ricerca cose radicalmente diverse. Se a me piace il vino bianco e a te piace il vino rosso, perchè per bere insieme  si dovrebbe per forza creare il vino rosè? Perché fare un vino diverso per farne uno unico? Noi vogliamo seguire la nostra strada, che è quella che continua la storia del karate. E’ il karate sportivo ad aver imboccato un’altra via, non noi. Non ci siamo inventati nulla: il karate è così, con la sua storia fatta di maestri. <strong>Lei è uno dei fondatori della FIKTA (Federazione Italiana Karate Tradizionale ed Affini), Ci può spiegare com’è nata questa importante Federazione?</strong><br /> Premetto che la prima associazione di karate, la FIK, era sorta prima del 1960 ed era un’associazione legittimata a tutti gli effetti dal CONI perchè associata alla FILPJ (Federazione Italiana Lotta Pesi e Judo). Noi della FESIKA ci unimmo nel 1980 alla FIK e costituimmo la FIKTEDA. All’interno della FIKTEDA, la corrente favorevole al karate tradizionale aveva una chiara maggioranza su quella favorevole al karate sportivo. All’assemblea federale ufficiale del 1985, presenti i delegati del CONI, avevamo infatti la maggioranza dei voti ed eleggemmo il consiglio federale e la presidenza.Tutto in regola, dunque, tutto democratico. 15 giorni dopo l’assemblea il taekwando uscì dalla nostra Federazione e ottenne dal CONI la Scuola dello Sport, locali ed attrezzature. Qualche mese dopo uscì anche il gruppo dei modernisti del karate di Aschieri e venne creata per loro la FITAK, con tanto di finanziamenti. Per poterci estromettere completamente il CONI cambiò la regolamentazione delle discipline associate, per farne tabula rasa dall’inizio del 1986. Eravamo noi la disciplina associata. Avevamo novecento palestre mentre la FITAK arrivava si e no a duecento. Ma nel gennaio dell’86 venne azzerato tutto: bisognava rifare la domanda per tornare ad essere associati. Noi fummo esclusi. Semplicemente, i regolamenti vennero fatti su misura della FITAK.<br /> Agli Europei del marzo 1986 ci presentammo come Federazione ufficiale, fondatrice della UEK (Unione Europea Karate). La  FITAK mandò i suoi rappresentanti, il che ci stupì non poco, considerato che non avrebbero avuto alcun titolo per essere li. I membri della UEK ci invitarono a trovare un accordo tra di noi, perchè il CONI aveva esercitato pressioni per fare entrare nell’Unione anche i suoi atleti. Dimostrammo la nostra disponibilità accettando: ci sentivamo un po dei separati in casa; i gruppi delle Forze Armate, ad esempio, volevano rimanere assieme a noi e solo un ricatto, e lo sottolinea, li obbligò ad andare altrove. Venne il giorno dell’assemblea. Lo statuto della UEK stabiliva che se nello Stato esisteva una federazione riconosciuta dal comitato olimpico  quella doveva essere membro dell’Unione. Nel caso non vi fosse nessuna federazione riconosciuta, doveva diventare membro quella più rappresentativa. Noi eravamo tranquilli perchè benché ci fosse stato tolto il riconoscimento di disciplina associata a gennaio, avevamo però novecento palestre contro le duecento (comprendendo anche quelle del taekwando) degli altri; inoltre eravamo soci fondatori. Venne semplicemente cambiato il regolamento, che rimise al consiglio direttivo della UEK la decisione. Il Presidente Delcourt si scusò ma fece presente che per questioni di politica più alta e più importante aveva ricevuto una lettera dal CONI ilo consiglio avrebbe riconosciuto quale membro della UEK la FITAK. Fummo estromessi. E a quel punto, praticamente, perdemmo l’ufficialità.<br /> Nel 1987 ci riproposero l’unificazione, garantendoci che avremmo potuto continuare a fare karate tradizionale. La decisione non venne presa alla leggera: ci furono abboccamenti con i rappresentanti del CONI, con Pescante e con Carraro. Decidemmo di riprovare, anche perchè le nostre società erano disorientate, non capivano quello che stava succedendo e non erano per niente tranquille, in quella situazione: infatti, eravamo scesi a poco più di seicento palestre. Pensammo che sarebbe stato più saggio scioglierci ed entrare nella FITAK. Venne approvato un protocollo d’intesa, un accordo tra gentiluomini. Dopo la prima assemblea ci raggirarono nuovamente. Certi episodi sono rimasti storici. Vi faccio un esempio,. Prima che si tenesse l’assemblea federale avevamo avanzato una richiesta: la commissione di stili tradizionali. Ce la concessero. Dopo l’assemblea, dovendo rinnovare tutte le cariche federali, si riunì il consiglio di settore. Arrivò il giorno della riunione e io feci presente che si dovevano nominare i membri di quella famosa commissione. Ci dissero che la questione non era nelle carte federali e non se ne parlò mai più. Appena fummo usciti dalla FITAK la commissione di stile tradizionale venne istituita, così riuscirono a tenere con loro Nando Balzarro e trecento palestre.<br /> Ne racconto un’altra, sul meccanismo di voto. I voti erano legati ai punteggi ottenuti nelle gare. A parte le considerazioni che si possono fare sulla correttezza degli arbitraggi e che sono comunque difficili da controllare, la regola era questa: la vittoria nelle gare di kata portavano cinque punti, in quelle di kumite dieci. Sennonché nel kumite esistevano sei categorie e nel kata solo una. I conti erano presto fatti: cinque punti assegnati al kata contro sessanta del kumite. A questo punto si aggiungeva il fatto che le gare a squadre non portavano punteggio. Il regolamento del taekwando, invece, lo prevedeva. Così, durante il consiglio, avevo proposto di adottare la stessa regola. Il presidente Park e tutti i consiglieri furono d’accordo ad eccezione di Giuseppe Pelliconi. Anche questo problema non era all’ordine del giorno, perciò non si poteva affrontare; la realtà era che le nostre squadre di kata maschile e femminile si aggiudicavano quasi sempre primo, secondo e terzo posto. La squadra poi, concettualmente, era l’espressione più veritiera della buona salute della società: su una vittoria individuale portava dieci punti, una vittoria a squadra avrebbe dovuto darne venti o trenta. Della questione non si parlò mai più e alla fine, giusto per togliere ogni dubbio, anche nel taekwando vennero tolti i punteggi delle squadre. A questo punto salutammo tutti e istituimmo la nuova federazione, la FIKTA. Siamo partiti con quattrocentocinquanta palestre dissociate. Dal momento che Matteo Pellicone Presidente FILPJ aveva sostenuto le palestre del taekwando quando, nel 1985, si erano allontanate da noi, dicendomi: "Sa, Perlati, io devo appoggiare le realtà che ci sono in Italia" mi premurai di contattarlo.<br /> Gli telefonai nel gennaio del 1990 " Presidente, ci siamo staccati. Abbiamo quattrocentocinq"anta palestre e adesso vorremmo avere lo stesso appoggio che hanno avuto gli altri che ne avevano duecento … " Mi rispose che la situazione era cambiata.<br /> Questa è la politica italiana. Ecco cos’è. <strong>Gli obiettivi iniziali della FIKTA sono stati"raggiunti o la strada da percorrere per raggiungerli resta ancora lunga?</strong><br /> Secondo me c’è ancora molta strada da percorrere anche se parecchi obiettivi sono stati raggiunti. Noi siamo praticanti e il nostro linguaggio è quello dei praticanti. Ce ne vuole un altro per farsi capire da tutti, per formare dei quadri e per creare un’uniformità di lavoro, proprio come fanno nelle grandi aziende. E’ molto importante parlare tra di noi, ma è ancora più importante comunicare alle scuole, alle università ai Comuni, alla televisione. Se il nostro messaggio arriva nel modo giusto tutti lo capiscono. Avemmo bisogno di esperti che ci insegnino i modi per divulgare il nostro messaggio. Avremmo bisogno di farci conoscere nel modo giusto, di fare capire la differenza tra karate sportivo e karate tradizionale, ad esempio, ma ci vogliono pur sempre di mezzi economici, senno gli obiettivi si allontanano. A Bologna sono andato a parlare del nostro karate con l’assessore ed ora, in occasione dei Mondiali, un giardino sarà intitolato al Maestro Funakoshi e ai suoi principi. Potrebbe accadere ovunque.<br /> Bisogna farsi conoscere per fare conoscere il nostro karate, e a noi manca questo. Insomma, c’è molto entusiasmo per la pratica e molto meno per tutto il resto. Dal punto di vista organizzativo abbiamo ancora molta strada da percorrere. Dal punto di vista del karate andiamo meglio, ma è veramente difficile insegnare a praticare con kime (energia interna). E’ più facile fare preparazione atletica, mentre il kime è una questione di atteggiamento e di attenzione ai particolari. Si impara a procedere per piccoli passi, che diventano grandi passi. Bisogna essere sempre pronti ad affrontare la morte e pensare in questo modo non è facile. E’ questo elemento che non si deve dimenticare, anche se adesso la vita non richiede di sfidarsi a duello continuamente. Il karate è importante perchè rafforza, rende consapevoli, e allora nessuno è più in grado di impaurire, di ingannare  o di comandare. Si è liberi, perchè si è forti dentro e fuori, perchè si sa già cosa fare. Il karate è un mezzo eccezionale per educare i giovani e per emancipare le persone.Secondo Lei il karate tradizionale potrà diventare sport olimpico?<br />  Si, a patto che, come ho già detto, i regolamenti con stravolgano il karate tradizionale. Se ci chiederanno di fare un karate diverso solo perchè lo spettacolo lo richiede, lo faranno gli altri. <strong>Qual’è il ruolo del kara italiano a livello internazionale?</strong> E’ preso d’esempio. Il karate del maestro Shirai lo invidiano tutti e tutti guardano a quelle che facciamo, persino le federazioni di karate sportivo, che infatti sostengono di fare il nostro stesso karate. Ma come possono dirlo?Prima sostengono che non c’è bisogno di conoscere il Giappone, la sua filosofia e la sua mentalità perchè noi apparteniamo ad un’altra cultura. E poi si mettono il karategi e usano le cinture colorate: ma perchè? Perché i gradi, che hanno un significato ben preciso nel karate tradizionale, ma che non esistono in alcuna altra disciplina sportiva? Perché il karategi? Una tuta sarebbe più pratica .. Ma la verità è che, forse, se a un praticante si fanno fare solo calci, pugni e kumite (combattimento) a un certo punto non si avrà più nulla da insegnargli e lo si perderà. Come vede il futuro della nostra Federazione?<br /> Stiamo lavorando per le nuove generazioni. Se riuscissimo a costruire qualcosa di solido nei prossimi dieci anni, la nostra Federazione non avrà rivali. Vogliamo sottolineare l’aspetto educativo, culturale. Se riusciremo a farlo e a darci dei mezzi finanziari per sostenere il progetto, avremo successo. Quando non ci sarà più il maestro Shirai e non ci sarà più la prima generazione di maestri, ce ne dovrà essere una seconda che sappia cosa fare, che abbia un obiettivo preciso. Dobbiamo agire con questo scopo. Oggi tutti si collegano direttamente con il maestro Shirai senza pensare che si dovrebbe tenere un collegamento "piramidale", non per questioni di gretta gerarchia, ma per un rapporto di fiducia. Allora è sempre assicurato il ricambio. Se ci immaginiamo un carro e tanti, dietro, che spingono e uno, davanti, che tira: i primi tre o quattro vanno perchè vedono la persona davanti ma gli altri vedono i tre o quattro. E’ la nostra storia: quando le persone davanti non ci saranno più, dovranno essercene altri al loro posto, altrimenti ci si ferma. Se questo senso della gerarchia non esiste è difficile continuare. Si spezza la continuità. Per mantenerla bisogna avere disponibilità e fiducia, ricordando che si sta andando assieme nella stessa direzione e che ci vuole rispetto.<br /> Quest’anno col Mondiale viviamo un momento importante, abbiamo compiuto trentacinque anni, abbiamo formato la prima base, siamo forse cintura nera primo dan. E’ ora che bisogna partire.</p>
<p>L’intervista si è svolta all’interno della palestra di Lonato in un atmosfera movimentata dal via vai di chi aveva appena terminato lo stage. Nonostante la situazione fosse la meno propizia, la simpatia e l’eloquenza del maestro Perlati hanno avuto il sopravvento su tutto il resto. Lo ringraziamo per la cortesia dimostrataci e gli facciamo i nostri complimenti per l’impegno profuso nella diffusione del karate tradizionale.</p>
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