KARATE

“Il karate inizia con il rispetto e finisce con il rispetto”

(Gichin Funakoshi )

Ilmonaco buddista indiano Damura Daishi ( Bodhidharma “ Tamo in cinese”), il fondatore del Buddismo Zen, ha dato origine al karate, si data l’ordine Shaolin circa al 540 ac. Bodhidharma, all’origine di questa nuova corrente di pensiero,  inventò metodi di movimenti fondati sui movimenti naturali degli animali.      Egli effettuò un lungo percorso dall’India sino alla Cina allo scopo di  insegnarvi il buddismo e per incontrare l’imperatore. Nello stesso periodo l’Imperatore cercò i primi monaci buddisti ( Tao Zen ) per tradurre i testi buddisti dal Sanscrito al Cinese, affinché la popolazione potesse praticare questa religione. Era un nobile progetto, ma a quel tempo l’imperatore credette che questo dovesse essere il suo cammino per il Nirvana, Bodhidharma lo disapprovava. Bodhidharma sostenne che non era possibile raggiungere questo obiettivo  attraverso le buone azioni degli altri, persino quelle effettuate in suo nome. A partire da questo momento, a causa di questa discrepanza di idee l’imperatore cinese ed il Bodhidharma chiusero ogni contatto. Ma fu in quest’ultimo viaggio, in prossimità dei templi buddisti, che il Bodhidharma volle incontrare gli stessi che  tradussero i testi.  Il tempio fu costruito anni prima nei resti di una foresta che fu completamente distrutta col fuoco.    Al tempo della costruzione del tempio, i giardinieri dell’Imperatore piantarono anche nuovi alberi. Così il tempio fu chiamato “giovane (o nuova) foresta” (Shaolin in Mandarino, Sil Lum in Cantonese). Quando il Bodhidharma arrivò in prossimità del Tempio, i monaci vedendo arrivare un membro ufficiale di un monastero straniero, gli impedirono di entrare e lo confinarono in una caverna. Qui il Bodhidharma meditò fino a quando i monaci, rendendosi conto della validità della sua religione, cominciarono ad ammirarlo. La leggenda dice che egli forò un lato della caverna con il suo sguardo fisso. Inoltre durante questo periodo di meditazione vi fu un momento in cui fallì nel suo scopo e si mise a dormire. Decise così di tagliarsi le palpebre, affinché questa cosa non si ripetesse.  Le palpebre cadendo al suolo generarono un albero sacro in Cina, con le foglie a forma di palpebra. 

 Quando il Bodhidharma, riunì i monaci, si rese conto che non erano più in buone condizioni fisiche; trascorrevano la maggior parte della sua vita sui tavoli a trascrivere dei manoscritti. I monaci Shaolin mancavano di preparazione fisica e mentale necessaria alla pratica dei basilari esercizi di meditazione buddista.Bodhidharma volle sopperire a questa loro debolezza, insegnando loro una serie di movimenti destinati a sviluppare le loro capacità fisiche. 
Questi esercizi di Yoga indiano erano basati sui movimenti dei diciotto animali dell’iconografia indo-cinese. Questi erano le prime fondamenta del Kung-Fu Shaolin.Questi esercizi, basati sui movimenti naturali degli animali, verranno poi sviluppati in un sistema reali d’arti marziali, il Shorinji Kempo.

 Il Bodhidharma insegnò questi esercizi ai monaci del monastero Shaolin-Szu. Si dice che la pratica religiosa nei templi fosse così rigida che era necessario far ricorso a tutta la propria forza mentale e resistenza psicofisica per sopportare l’aspra vita all’interno del tempio. Questi esercizi fisici, col trascorrere del tempo, sono stati praticati regolarmente dai monaci e utilizzati come autodifesa. Più tardi questa metodologia di formazione, di sviluppo mentale e fisico, venne modificata e completata, poi divenuto quello che noi chiamiamo “Metodo di combattimento Shaolin”. Quest’arte in seguito venne diffusa in tutta la Cina sviluppandola in parecchie scuole e le fu dato il nome collettivo di “Ch’uan-Fa” ( Kung Fu ).E’ difficile dire in maniera precisa quando questi esercizi divennero delle arti marziali. Probabilmente la parte marziale si è dovuta sviluppare in seguito ad una necessità  di autodifesa.
 In effetti il tempio Shaolin era situato in un luogo ritirato dove occasionalmente i banditi e gli animali selvaggi creavano problemi. Qualche tempo dopo questi movimenti furono codificati in un sistema di autodifesa vero e proprio. Con il passar del tempo, questa setta buddista divenne sempre più distinta man mano che le arti marziali venivano studiate. Questo non vuol dire che Tamo “inventò” le arti marziali. Le arti marziali esistevano in Cina da secoli.                                              Ma dentro i confini del tempio, era possibile sviluppare e codificare queste arti marziali in nuovi e differenti stili che sarebbero diventati ovviamente Shaolin.

Il villaggio di Kume ha avuto un ruolo fondamentale e durante cinque secoli i cinesi praticavano arti da combattimento, ma è soltanto dopo il 1830 che queste arti diventano più accessibili agli abitanti do Okinawa. In seguito alla dominazione giapponese, il ruolo fulcro di Kume viene a mancare e i cinesi residenti in questo villaggio decidono di rientrare in Cina o si integrano con la popolazione locale. Ne segue una generale apertura nei confronti degli abitanti di Okinawa, per tutto ciò che riguardava la loro cultura, compresa la trasmissione delle arti da combattimento. Per dare un esempio Kanryo Higaonna, nato a Naha nel 1852, parte per la Cina per studiare approfonditamente l’arte del combattimento che aveva cominciato ad apprendere sotto la direzione di un adepto di Kume. Dopo un soggiorno di quindici anni in Cina, ritorna a Okinawa e fonda una scuola che, anch’essa, viene chiamata Naha-te. Storicamente il Naha-te implica quindi il Naha-te dei cinesi del villaggio di Kume e la scuola fondata da K. Higaonna, che ne e parzialmente derivata. Il Naha-te rinnovato da K. Higaonna, è stato ripreso dal suo allievo Chojun Miyagi che, come il suo maestro, andò a studiare in Cina. Egli ha chiamato la sua scuola Goju-ryu. E cosi che la tradizione del Naha-te, erede fedele dell’arte cinese del combattimento, è perpetuata da questa scuola.
Il contributo antico dei cinesi insediati a Kume e il rinnovamento di K. Higaonna si congiunsero; la loro denominazione, unica alla fine del secolo XIX, lo conferma. Entrambi hanno in comune la trasmissione fedele e lo sviluppo dell’arte cinese del combattimento. Di fatto, possiamo oggigiorno trovare numerosi aspetti comuni tra il Naha-te (Goju-ryu) e 1’arte del combattimento del sud della Cina.
Esiste ancora una questione aperta sull’esistenza o meno a Okinawa di tecniche di combattimento antecedenti l’introduzione delle arti cinesi da combattimento.    Non esistono tutt’ora prove esaurienti per confermarne o negarne l’esistenza. Resta comunque il fatto che sia i cinesi del villaggio di Kume ed in seguito le rielaborazioni e i rinnovamenti apportati da K. Higaonna condussero entrambi alla fedele trasmissione ed in seguito allo sviluppo dell’arte cinese da combattimento. Quest’ultima in origine si sviluppò sotto il nome di Naha te, poi come Goju-Ryu, resta comunque il fatto che vi siano moltissime affinità tra il Goju-Ryu e l’arte da combattimento del sud della Cina. Più oscure sono invece la nascita e lo sviluppo dello Shuri-Te e Tomari-Te. A tale scopo va sottolineato il fatto che i predomini cinesi e giapponesi hanno avuto delle risonanze differenti. In modo particolare la dominazione cinese si era  stabilita ad Okinawa con il beneplacito delle popolazioni locali. Questo doveva servire per sviluppare e rafforzare  i commerci dell’isola. Diversa invece fu la dominazione giapponese: Satsuma si impose con la forza.  L’organizzazione di  Okinawa dovette adeguarsi diversamente accondiscendendo i vassalli di Satsuma, che col trascorrere del tempo persero gran parte dei loro privilegi miscelandosi con le altre classi sociali. Per un rappresentante di questa classe sociale il fatto di conoscere l’arte del combattimento era visto più come un privilegio che una necessità di vita. Questa cosa venne sentita ancora di più una volta che si venne a creare questa sorta di rimescolio tra le classi sociali. Il conoscere l’arte da combattimento diveniva ancora più un privilegio e motivo di fierezza. Per questo motivo molto probabilmente la pratica delle arti da combattimento ha avuto da sempre un carattere di clandestinità, quasi di esoterismo. Il karate di Okinawa contiene parecchie caratteristiche dell’arte cinese.       Uno dei maestri più antichi di cui si abbiano testimonianze è  Kanga Sakugawa (1782-1865); non si conosce esattamente la sua vita. Tutto ciò che sappiamo ci è stato tramandato attraverso racconti  e leggende. Ciò però che è certo è che il suo contributo alla formazione del Karate sia notevole. La maggior parte delle caratteristiche comuni tra il Naha-te e l’arte cinese, provengono dalla Scuola del Sud, mentre lo Shuri-Te e il Tomari-Te contengono esplicitamente elementi della Scuola del Nord.  Sakugawa soggiornò a Pechino, dove si praticava la scuola del Nord. E’ possibile che l’importazione di elementi della scuola del nord da parte di un viaggiatore di Okinawa risalga appunto a Sakugawa. Egli rappresenta un punto di svolta nella formazione del karate. Prima di lui le influenze erano per al maggior parte della scuola del sud, da questo momento in poi si avrà un rinnovamento con l’introduzione di nuovi elementi portati dalla scuola del Nord. Prima di Sakukawa tutti i viaggiatori che si erano recati in Cina avevano soggiornato nella città di Fuzhon, nel sud della Cina. Questi nuovi elementi saranno le caratteristiche peculiari degli indirizzi di pensiero Shuri e Tomari. Secondo le cronache Sakugawa si sarebbe recato tre volte in Cina e nell’ultimo viaggio avrebbe portato con se il suo allievo Sokon Matsumura. Durante il loro soggiorno Sakugawa si sarebbe ammalato  e sarebbe in seguito morto. Sarebbe stato sepolto alla periferia di Pechino. Resta ancora l’incertezza sulla data della esatta morte di Sakugawa, non esiste alcun documento storico per attestarne l’esattezza.
La formazione e l’evoluzione del karate assume un contorno più definito con la figura di Sokon Matsumura.  Ogni tentativo di ricercasi qualsiasi elemento che conducano alla moderna pratica del karate portano a lui. Possiamo senza dubbio affermare che quando parliamo di Shuri-Te, parliamo della sua arte. Alcun documento ne prova l’utenticità, ma quasi sicuramente fu allievo di Sakugava ed ebbe contatti con un cinese di nome Iwa che Matsumura in seguito indicheraà come maestro. L’innovazione di Matsumura sta nel fatto di aver introdotto un metodo di trasmissione di questa arte sistematico e di aver apportato una integrazione di diversi elementi quali: la tradizione del Te degli abitanti di Okinawa, la tradizione della spada Jigen-ryu e l’arte cinese del combattimento. L’importanza di Matsumura sta inoltre nel fatto di aver formato molti allievi ed alcuni di loro a loro volta divenuto maestri si sono prodigati nel contribuire la diffusione e l’evoluzione del Karate. Tra i più importanti maestri, allievi di Matsumura ricordiamo Anko Asato, Anko Itosu, Kentsu Yabu, Chomo Kiyan. Questi allievi contribuirono alla formazione ed evoluzione delle varie forme di Karate nell’isola di Okinawa, in modo particolare Itosu ed i suoi allievi porteranno il karate in una nuova direzione, in un nuovo modo di pensare, molto vicino a quello che è il karate tradizionale dei giorni nostri.

La tradizione popolare spesso ci ha tramandato l’idea che il karate fosse nato dalla necessità della popolazione di Okinawa, privata delle armi, di difendersi  e di lottare contro gli oppressori questa è una iteoria pressoché errata e analizzare brevemente la storia di quest’isola aiuterà a comprendere quali furono realmente i motori che spinsero la diffusione del karate, prima  segretamente tra la nobiltà di Okinawa, poi ampiamente in tutto il Giappone.                                                  Fin dai tempi antichi i popoli che abitavano l’isola di Okinawa erano essenzialmente agricoltori e pescatori. Esistono delle teorie per le quali è ragionevole pensare che quest’isola nel corso dei secoli sia stata attraversata da flussi migratori, , diretti verso il Giappone, l’ultima in tempi presso che recenti. E’ quindi possibile che diverse etnie siano comuni ai giapponesi dell’isola principale e gli abitanti di Okinawa. Tra i sec III a.c ed il III d.c. Il Giappone evolve, sotto l’influenza della Cina, entrando nella così detta età del ferro.
   Questo è un periodo decisamente importante per il Giappone il quale assorbe completamente la cultura cinese, fondando uno stato proprio sul modello della Cina. Okinawa, resta fuori da questa evoluzione, mentre il Giappone si lega fortemente alla Cina, quest’isola rimane isolata, mantenendo contatti veramente minimi. Questo isolamento va avanti sino al sec. IX, quanto la società ad okinawa comincia lentamente a prendere un nuovo volto. Si affermano in certe regioni  alcune forze locali, capi tribù chiamati Aji, questa evoluzione coincide con l’utilizzo di utensili in ferro introdotti dal Giappone. Questo nuovo modo di operare fa si che questi Aji riescano ad aumentare la produttività e ad incrementare la loro forza in seno ad una società che stava prendendo forma. Questo portò inoltre un nuovo impulso allo sviluppo culturale a cui fece seguito il Buddismo. Durante i secoli XII e XIII nascono alleanze, conflitti tra le comunità tribali da cui  sorgono tre sorte di federazioni Chuzan (Montagna di mezzo), Nazan (Montagna del Sud) e Hokuzan (Montagna del nord). Tale periodo prende nome, periodo delle tre montagne.
Durante il secolo XIV si aprì un nuovo corso nella storia di Okinawa quando alcuni capi,  ciascuno per conto proprio, entrarono in contatto con la Cina, stabilendo rapporti con la dinastia cinese Ming. Fu il re Satto per primo a volere una relazione di vassallaggio con la Cina. Possiamo sicuramente affermare che in questo momento cominciarono a trasmettersi i primi elementi delle arti marziali  dalla Cina a Okinawa. Durante questo periodo la società evolve ad un ritmo elevato, i cinesi diedero nome Ryukyu in sostituzione al nome originario che era Okinawa Jima. Tale nome verrà conservato sino alla fine del XIX secolo, quando Okinawa tornerà ad essere il nome ufficiale.
In seguito divenne compito dell’imperatore cinese conferire il titolo ai re di Okinawa, questo avveniva mediante l’invio di una ambasceria nell’isola.                  Questa risiedeva nell’isola per un periodo che poteva andare anche sino a dieci mesi ed era composta sia da militari che civili. Dal 1372 al 1866 questo rituale venne ripetuto 23 volte e si suppone che abbia avuto una rilevante importanza nella trasmissione delle arti marziali. Nel 1392 un ulteriore spinta al processo di centralizzazione del potere e del mantenimento della dipendenza dalla Cina si ebbe quando il re di Ryukyu chiese che n gruppo di famiglie cinesi si insediasse nell’isola. Questo gruppo denominato delle “36 famiglie”, svolgeva un ruolo decisivo e molto importante nelle relazioni tra la Cina e Ryukyu (Okinawa).                 E’ ragionevole pensare che questo gruppo di immigrati, praticasse l’arte del combattimento, una sorta di privilegio che oltre a rafforzare le loro capacità di difesa, faceva crescere la loro autorità in seno alla società okinawese.
Nei primi anni del XV secolo venne costituito uno stato unificato a Ryukyu, quando uno dei capi annientò gli altri due. Ognuno dei capi locali governava invece il proprio territorio in maniera abbastanza autonoma. Questo stato unificato si chiamo Shō. In seguito a questa unificazione, vi furono una serie di conflitti e tumulti che portarono ad una serie di sconvolgimenti che perdurarono sino al 1469 quando il ministro delle finanze della famiglia Shō prese il potere assumendo il nome di Shō En.  La dinastia Shō En ebbe ha avuto lunga vita, infatti è arrivata a ben diciannove generazione sino alla fine del secolo XIX. Colui che riuscì ad organizzare un potente stato centralizzato fu il figlio di Shō En,  Shō Shin, obbligando tutti i capi locali a risiedere a Shuri, divenuta la sede del governo. Fece erigere nel 1509 il castello di Shuri ( Shuri-jō). All’interno dell’edificio fece inoltre costruire un monumento con una importante iscrizione attraverso la quale si comprende chiaramente come la cultura cinese avesse avuto una grande importanza per la cultura Okinawese, venendo a creare un nuovo modello che stravolse lo stile di vita  degli abitanti stessi dell’isola. Effettuò inoltre il primo disarmo della popolazione raccogliendo tutte le armi nel proprio castello. Questo è un punto abbastanza delicato poiché questo primo disarmo è stato un avvenimento interno e non è stato fatto da stranieri. Spesso la nascita de karate è stata associata ad una rivolta popolare contro un’invasore che avrebbe privato tutta la popolazione degli armamenti. Una ulteriore interpretazione era stata in chiave di una insurrezione popolare nei confronti del governo oppressivo. La realtà era ben diversa, la popolazione non possedeva armi e tale politica mirata al disarmo toccò particolarmente solo i signori locali.         La nascita del karate non va vista quindi come rivolta della popolazione nei confronti del governo di Shō Shin. L’egemonia Shō dominava pressoché tutta l’isola, ma doveva far fronte ad attacchi provenienti dal mare ed in particolare da pirati chiamati Wakō, pirati originari del Giappone del sud. Col passare degli anni ed in modo particolare a causa dei rapporti e negoziati tra Giappone e Cina, la pirateria dei Wakō su trasforma gradualmente  in vero e proprio commercio marittimo in modo particolare con la Corea e L’Indonesia. Questi rapporti commerciali porteranno Ryukyu ad essere un obiettivo importante per l’invasione giapponese.
Nel 1609 la signoria dei Satsuma invade Ryukyu, oramai il suo armamento era divenuto decisamente inferiore a quello dei giapponesi i quali per la prima volta utilizzarono le armi da fuoco. Gli abitanti di Ryukyu che oramai erano stati tenuti lontano dalle armi per troppo tempo, non riuscirono a tener testa all’invasione giapponese.
Fino a tutto il secolo XIX Ryukyu visse sotto la dominazione sia cinese che giapponese; la signoria di Satsuma permetteva che si mantenessero i rapporti di vassallaggio con la Cina, beneficiando così in modo indiretto di una relazione marittima con quest’ultima. In queste condizioni la cultura di Okinawa oppressa sia da quella cinese che giapponese, non ha potuto svilupparsi; solo con lo sviluppo del karate nel XX secolo in tutto il Giappone, che l’isola ha potuto riaffermare la propria identità.


La proibizione delle armi, avvenuta nel sec. XV da parte del re di Ryukyu, risulta precedente alla dominazione da parte dei feudatari giapponesi.    Non vi sono testimonianze storiche del fatto che i contadini praticassero alcuna arte da combattimento. Se questa si stava sviluppando era esclusivamente tra gli antichi capi locali che erano stati elevati a ruolo di nobili dallo stesso re di Ryukyu. E’ probabile che sia le ambascerie cinesi che gli stessi cinesi che si trasferirono a Ryukyu, praticassero un’arte da combattimento e la tramandassero alle popolazioni locali, solamente la cerchia privilegiata della nobiltà aveva l’occasione di apprenderla.    Un esempio di ciò può essere sicuramente l’Udon-Te, letteralmente udon significa palazzo e ciò rafforza ancora di più l’idea che queste arti da combattimento fossero esclusivamente praticate dai nobili. Questa tecnica in particolare si differenzia dal karate per le tecniche di proiezione e di presa.           Rimane ancora da chiarire per quale ragione gli abitanti di Ryukyu si interessarono in modo particolare all’arte cinese del combattimento a mani nude, piuttosto che ad altre arti da combattimento, come la spada, bastone o tiro con l’arco. Le ragioni possono essere tante; è giusto considerare il fatto che essi avessero già sviluppato diverse tecniche di difesa a mani nude, data l’interdizione che vigeva all’uso delle armi, e trovarono nelle arti da combattimento cinesi uno stimolo per affinare le tecniche già sviluppate ed apprenderne di nuove. Diciamo che videro nei cinesi una decisiva opportunità di miglioramento. Ad avvalorare la tesi che in Ryukyu si fosse sviluppata una tecnica, seppur ancora rozza, da combattimento ancora prima dei contatti coi cinesi, possiamo considerare il fatto che per lungo tempo dopo il contatto cinese vi fu una sorta di contrapposizione di termini nel definire quella che era l’arte cinese To De e quella sviluppatasi in loco Okinawa Te, a sua volta divisa in Tomari Te, Naha Te e Shuri Te a seconda della città di origine. Questo quasi a voler rivendicare il fatto che queste arti da combattimento fossero già presenti all’arrivo dei cinesi. Il problema consiste nel fatto che tutt’oggi non sono stati ritrovati documenti storici che ci permettono di indagare lontani nel tempo. Esistono testimonianze di alcune danze locali ad Okinawa, i cui movimenti e sequenze ricordano da vicino molti passaggi di Kata.
Dopo aver occupato Ryukyu, i giapponesi della famiglia di Satsuma, mantenendo l’interdizione delle armi già vigente nell’isola, stabilirono un proprio dominio, all’interno del quale le gerarchie divennero sempre più rigide. Si trattava di un vero e proprio dominio feudale. La nobiltà era suddivisa in tre gradi, i vassalli in due e così pure i contadini. Il fatto che i nobili praticassero un’arte da combattimento, era teso a sottolineare ancora di più il proprio stato sociale e a distinguere il proprio rango. Tra i secoli XVII e XVIII si verificò un generale impoverimento da parte della classe dei vassalli, che portò gli stessi ad avvicinarsi verso classi inferiori e molti di loro divennero artigiani ed agricoltori. Questo è un fatto decisamente importante poiché questo “rimescolio” tra le classi sociali che prima erano rigidamente separate, fece si che poco per volta si vennero a formare canali do trasmissione attraverso i quali si sono diffuse le arti marziali, che erano esclusive solo della nobiltà.
Dai documenti storici in possesso risulta che il karate non si sarebbe evoluto sino alla forma attuale senza il contributo  e i contatti con l’arte cinese.     Sostanzialmente l’arte da combattimento cinese si è sviluppata in Okinawa attraverso tre vie fondamentali.

Viaggiatori giunti ad Okinawa, provenienti dalla Cina.Tra gli anni 1371 ed il 1866, una delegazione dell’imperatore cinese si è recata a Ryukyu, allo scopo di nominare il re dell’isola. Non esistono documentazioni sul fatto che i componenti di queste delegazioni abbiano avuto contatti con le popolazioni del luogo, tuttavia è ragionevole pensare che queste delegazioni costituite sia da civili che militari, siano uscite dal villaggio di Kume, dove fra l’altro dovevano soggiornare per parecchi mesi. Inoltre dal XVIII secolo i contatti con la Cina divennero ancora più frequenti mediante la delegazione che doveva portare i tributi dell’isola.

Cinesi residenti nell’isola.Era una piccola comunità costituita da un certo numero di famiglie di cinesi che dal 1392, su richiesta diretta del re di Ryukyu si insediarono nel villaggio di Kume. Questa comunità era destinata ad accogliere la delegazione imperiale ogni qual volta quest’ultima si fosse dovuta recare nell’isola. Sebbene dovesse rimanere isolata dal resto della popolazione dell’isola, è probabile che alcune famiglie di nobili di Okinawa abbiano avuto contatti con tale comunità, che in ogni caso manteneva contatti regolari con l’impero cinese. Solo dopo il XIX sec, dopo la chiusura del villaggio di Kume, venne alla luce poco a poco fuori dalle mura quest’arte da combattimento sotto il nome di Naha-Te; Naha infatti era la città da cui il villaggio di Kume dipendeva.

Viaggiatori recatisi in Cina.  A partire dal XVII secolo diversi abitanti di Okinawa si recarono in Cina per intrattenere rapporti di tipo commerciale con la Cina. Rimanevano in Cina anche diversi anni ed è possibile, anzi probabile che abbiano avuto il modo di imparare l’arte del combattimento a mano nuda cinese.  Dato il poco tempo saranno stati in grado di imparare solo poche cose e magari in modo frammentario. In ogni caso una volta tornati a d Okinawa avranno rielaborato e riadattato alle loro esigenze le sequenze e le tecniche apprese in Cina così in poco tempo. Quindi trasmissione, anche parziale, portò alle popolazioni di Okinawa una conoscenza prevalentemente tecnica e molto meno metodica.
In tutta probabilità vi erano a Okinawa, in modo del tutto indipendente da questi canali di trasmissione, ambienti tra i cinesi privilegiati e abitanti di okinawa agiati, dove si praticavano tecniche di difesa. Quello che mancava in entrambi i casi era una continuità e sistematicità. Le prime scuole di te risalgono agli inizi del secolo XIX e prenderanno il nome dalle città dove risiedevano i praticanti di tali scuole. Si  parla quindi di Naha Te, per identificare la scuola dei cinesi del villaggio di Kume di cui faceva parte Naha. Si ricorda pure lo Shuri-Te  e di Tomari-Te; quest’ultime rappresentano una rappresentazione dell’arte da combattimento risultato della cultura okinawese.

 

 KATA

   L’opera  di riforma apportata da Itosu al karate classico per alcuni è stata considerata come un vero rinnovamento, per altri invece è stata un’opera dannosa, avendo portato il karate verso una forma che non ricalcava più l’antica arte. L’ingresso del karate nelle scuole rappresentò, oltre quello che delineò il lavoro di Itosu, una evoluzione per quanto riguardava la forma del karate stesso: cominciava a diventare più rigido ed a istituzionalizzarsi, portando i praticanti di quest’arte a considerarla come un qualche cosa di strettamente legato alle tradizioni. Tradizioni che dovevano essere assolutamente rispettate, senza considerare le continue evoluzioni che vi erano state sin dai tempi antichi fino a quel momento. In questo periodo, in conseguenza alle tensioni tra Cina e Giappone, Okinawa non riuscì a mantenere  i contatti con l’arte cinese da combattimento; è molto probabile quindi che la cessazione di tali rapporti, portò il karate a non cercare alcun tipo di evoluzione e a legarsi maggiormente a quelle che erano le tradizioni. La divulgazione vera e propria del karate cominciò intorno agli anni ’20 quando Gichin Funakoshi, fece conoscere lo Shuri-Te, per primo nel centro del Giappone, fondando a Tokyo la scuola Shotokan.     Quindi considerando per un attimo la scuola Shotokan, come una scuola a parte sulla quale torneremo ampiamente, vediamo quali erano a Okinawa le diverse scuole di Karate nel periodo che va dagli anni ’20 agli anni ’30, un decennio abbondante durante  il quale il karate venne esportato al di fuori del piccolo “guscio” di Okinawa. Innegabilmente il karate rimase legato all’arte cinese da combattimento, pur esistendo notevoli differenze tra i due, come pure esistono  differenze tra il karate sviluppato in Giappone e quello nell’isola di Okinawa. Le più importanti correnti di karate possono sostanzialmente essere ricondotte a cinque scuole.         Le tre scuole Shorin-ryu, Goju-ryu e Uechi-ryu, fondate e sviluppate nell’isola di Okinawa, Shito-ryu, nata ad Okinawa ed esportata e sviluppata quasi subito in Giappone nella città di Osaka da Kenwa Mabuni, ed infine la scuola Shotokan, nata e sviluppata in Giappone nella città di Tokyo.
A Okinawa le scuole di karate sono state collocate in due correnti principali: Shorin e Shorei. Esistono tuttavia molte perplessità su quali sviluppi ed evoluzioni abbiano avuto queste correnti nel tempo, riguardo anche le loro relazioni con l’arte cinese da combattimento. La differenza maggiore tra queste due correnti, stava nel fatto che le due scuole avevano fini diversi, una sviluppava il corpo, l’altra lo spirito. La scuola Shorin si preoccupava maggiormente della forza fisica e della potenza muscolare, la scuola Shorei invece era decisamente più leggera falco. Ecco come il Maestro Funakoshi dava una distinzione dei Kata: ( tratto da Storia del Karate Luni Editore )
«Nondimeno, se i kata devono essere classificati, si può, in maniera molto generale, distinguere due grandi gruppi: quelli che appartengono allo Shorei-ryu {scuola Shorei) e quelli che appartengono allo Shorin-ryu (scuo­la Shorin). Il primo mette l’accento sullo sviluppo della forza fisica e della potenza muscolare; è sorprendente per l’impressione di forza che sprigiona. Al contrario, la scuola Shorin è molto leggera, e richiama senz’altro il rapido volo del falco… In verità, è molto impressionante osservare un uomo possentemente costruito eseguire un kata della scuola Shorei, soggiogando l’osservatore con l’impressione della sua forza assoluta. Ma bisogna ricono­scere che tende a mancare di velocità. Allo stesso modo, non si può evitare di restare molto impressionati alla vista di un uomo slanciato che, con gesti così rapidi quanto quelli di un uccello in volo, esegue un kata della scuola Shorin, con tecniche dalla scintillante vivacità, risultato di un allenamento intensivo. I due stili sviluppano lo spirito e il corpo, e l’uno non è migliore dell’altro. Essi hanno entrambi i loro punti deboli e i loro punti forti, e co­loro che vogliono studiare il karate devono riconoscere questi punti e stu­diarli di conseguenza…» In accordo con tale classificazione la scuola Goju-ryu si ricollega alla corrente Shorei. La scuola Shorin-ryu e Matsubayashi-ryu ( gli ideogrammi si leggono anche come Shorin ) seguono ovviamente il filone Shorin.                            La scuola Shito-ryu le comprende entrambe, mentre la scuola Uechi-ryu ricalca in maniera diretta una scuola cinese introdotta a Okinawa verso la fine del XIX secolo da K. Uechi, per cui non entra a far parte di questa classificazione essendo una corrente Shaolin quan della Cina del Sud. È stata avanzata l’ipotesi che le correnti Shorin e Shorei abbiano avuto in origine la stessa radice Shaolin. Di fatto nel dialetto di Okinawa non è una lingua del tutto definita; vi sono numerose ambiguità per esempio per quanto riguarda le lettere “r” e “l”. La parola Shaolin in giapponese si pronuncia Shorin. E’ possibile quindi che a Okinawa in una certa epoca si pronunciasse il termine Shaolin come Shorin, e in un altro periodo Shorei. Di fatto sia Shorei che Shorin sono termini che identificano la Box Shaolin quan. Nel corso dei secoli questo tempio è stato distrutto, e parecchi altri templi con questo nome sono stati costruiti in tutta la Cina. La denominazione Shaolin quan racchiude quindi una molteplicità di correnti per quanto riguarda l’arte del combattimento e le diversità delle scuole di karate andrebbero lette come alle diversità delle correnti dello Shaolin quan della Cina.

Principali stili di karate attualmente praticati:

Shotokan

Il Maestro Funakoshi amava fin da ragazzo dedicare parte del suo tempo alla poesia, adottando come pseudonimo il nome Shoto, il quale vuole dire “fruscio di pineta”. Il luogo in cui era cresciuto era una vasta terra nella quale crescevano rigogliosi una grande vastità di alberi di pino che circondavano il Maestro durante i periodi di composizione. Il vento, che penetrava la foresta diramandosi tra gli alberi, produceva una sorta di canto al quale lo pseudonimo del Maestro si riferisce esplicitamente. Il primo Dojo di stile Shotokan nasce nel 1938, e viene costruito dagli allievi del Maestro Funakoshi che, autotassandosi, hanno aiutato alla realizzazione di quest’opera con un contributo economico notevole. Il Maestro Funakoshi chiama questo Dojo Shotokan, che significa “casa nel fruscio della pineta”. Il nome del Dojo si collega inevitabilmente al nome dello stile stesso.   Il dojo diviene il centro dell’attività didattica e divulgativa del Maestro Funakoshi fin dal 1938, anno appunto della sua costruzione, dando la possibilità allo stile Shotokan di essere divulgato e conosciuto. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale il Dojo viene abbattuto.   Tuttavia lo stile sopravvive e si divulga ed acquisisce l’importanza che tutti al giorno d’oggi gli riconoscono.

 

  SHITO RYU

 

La scuola Shito-Ryu è stata fondata dal “Maestro KENWA MABUNI” amino del M° Miyagi. Kenwa Mabuni nasce il 14 novembre 1889 a “SHURI”, in una antica famiglia di funzionari del re di Ryukyu. Da bambino Kenwa Mabuni è di salute molto fragile, e cerca il mezzo per diventare forte. Viene iniziato al karate all’età di circa 10 anni da un domestico di casa, “MATAYOSHI”. Anche il celebre maestro “ANKO ITOSU” abita a shuri.    A tredici anni Kenwa Mabuni fu presentato ad uno dei suoi amici diventando suo allievo e restandogli fedele per tutta la vita. Persevera nel suo allenamento sotto la direzione di Anko Itosu senza mai mancare un solo giorno, neanche in un giorno di tifone, secondo l’espressione di suo figlio KENEI MABUNI. Nel 1902 entra al liceo dipartimentale di Okinawa, dove il karate non è ancora insegnato. Nel 1905 in seguito a delle rivoluzioni locali deve cambiare scuola ed entra a far parte della scuola navale. Termina i suoi studi dopo tre anni quando ne ha diciannove. Comincia a lavorare come insegnante a tempodeterminato alla scuola elementare di “NAHA”. In questo periodo stringe amicizia con “CHOJUN MIYAGI” che lo presenta al proprio maestro “KANRIO HIGAONNA”, la raccomandazione di Miyagi gli fornisce la preziosa occasione di studiare il Naha-te, dopo due anni deve ripartire per il militare al suo ritorno nel 1912 entra su consiglio di miyagi alla scuola di polizia di Okinawa. Nel 1914 diventa ispettore di polizia, resterà nella polizia per una decina di anni. Il lavoro di poliziotto facilita i suoi spostamenti nell’isola di Okinawa e gli incontri con i maestri dell’arte del combattimento, può così racciogliere numerosi kata di karate studia inolre le arti classiche dell’isola, chiamate RYUKYU KOBUJUTSU, e così impara il bo-jutsu (l’arte del bastone) del Maestro Aragaki e del Maestro Soeshi, ed il Sai-jutsu (l’arte del sai) del Maestro Towada. Successivamente alla morte dei due grandi Maestri Itosu e Higaonna, il maestro Mabuni nel 1938 chiama la sua scuola SHITO-RYU dai nomi dei suoi due Maestri cioè in giapponese ito di (ITOSU) si può pronunciare SHI ed higa di (HIGAONNA) si può pronunciare TO. Così la combinazione dei primi due ideogrammi dei nomi dei due maestri forma la parola . La scuola Shito-ryu è oggi quella che conta il numero di kata più elevato ai dodici del goju ryu si aggiungono altri trentasette, così Kenwa Mabuni trasmette, nella scuola di Shito-Ryu un totale di 49 kata. Nessun altra scuola pratica così tanti kata.                        Alcuni maestri contemporanei della scuola shito contano più di 60 kata nel repertorio della loro pratica, poiché altri kata sono stati introdotti in aggiunta a quelli che Kenwa Mabuni aveva trasmesso.

 GOJU-RYU

 La scuola di Goju-ryu fu fondata nel 1929 dal Maesro Chojun Miyagi: il miglior allievo di Kanryo Higashionna. Miyagi fu il primo maestro a dare un nome al proprio stile di Karate ispirandosi ad una poesia dedicata alle arti marziali cinesi “Ken No Taiyo Hakku” (le otto frasi sulle arti marziali) riportata sul famoso trattato Bubishi. In una di queste frasi si legge: “ Ho wa goju O tondosu” ovvero “tutto nell’universo respira duro e morbido” nel senso che in ogni fenomeno è compresenti la componente positiva e negativa che si alternano ciclicamente: concetto che richiama la filosofia taoista a cui lo stile in parte si ispira.
Il Karate Goju-ryu (“stile duro-morbido”) è un efficace sistema di autodifesa che combina forza (go) e flessibilità (ju) che mira al benessere fisico e spirituale dei praticanti. Lo stile si ispira ai movimenti degli animali ed ha origine dale tecniche marziali dei templi Shaolin della regione del Fukien nella Cina del sud.
Il Goju-ryu è stato concepito per il combattimento a corta distanza (sekkinsen) ed è caratterizzato da:

    posizioni alte, solide e compatte ed economicità nei movimenti;

    grande varietà di parate e tecniche a mano aperta mirate ai punti vitali (kyusho);

    numerose proiezioni, leve e chiavi articolari;

    numerose tecniche portate coi gomiti e con le ginocchia;

     tecniche di calcio concentrate nella parte inferiore del corpo;

    esercizi di respirazione e tecniche energetiche;

    esercizi con attrezzi.

  Grande importanza viene data allo studio delle forme antiche (Koryu Kata), tutte di origine cinese. Un Kata è un esercizio che consiste in sequenze codificate di movimenti contenenti tecniche di attacco e parata. Nel Goju-ryu sono presenti 10 Kata classici di cui 8 denominati Kaishu (forme a mano aperta, ovvero avanzati) e 2 Heishu (a mano chiusa, sono i kata di respirazione Sanchin e Tensho).

 

WADO-RYU

La particolarità principale di questo stile è la sintesi operata dal Soke Otsuka Hironori fra il karate Shorin di Okinawa portato dal M°Funakoshi e il Ju-Jitsu della scuola Shindo Yoshin Ryu, la cui particolarità era l’utilizzo di tecniche di percussione. Egli inizio la pratica del Karate con il M° Funakoshi a 30 anni dopo aver praticato per 15 anni il Ju Jutsu ed essere stato designato come successore del caposcuola dello Yoshin Ryu.   Questo incontro fu proficuo per entrambi i: Funakoshi trovò in Otsuka un valido allievo e collaboratore che gli fornì gli spunti necessari per elaborare uno stile di allenamento che corrispondesse all’immagine del Bu-Do fra i Giapponesi; per Otsuka fu l’occasione di integrare il suo Ju Jutsu di quelle tecniche di Karate di Okinawa idonee al combattimento reale.   Funakoshi, legato al mandato morale degli altri maestri di Okinawa, ritenne che Otsuka apportasse  troppe modifiche alla tradizione marziale della sua terra e ciò determinò la causa della separazione fra i due. Otsuka, non soddisfatto della metodologia di pratica e dell’inapplicabilità nel combattimento reale di certi gesti dei kata, percorse la sua strada della ricerca incontrando e confrontandosi con i più grandi marzialisti del suo tempo e nel 1934 definisce la sua scuola prima come Shinsu Wa Do Ryu Karate Jutsu, dove Shinsu significa “spirito Giapponese”.   L’ideogramma WA viene normalmente tradotto con “Pace” e uno dei nomi con cui la tradizione nipponica definisce la propria terra è “il paese della pace” utilizzando appunto questo segno grafico. Quindi un significato diverso, e forse più aderente alla natura dello stile, potrebbe essere non solo “la scuola della via della Pace”, ma “la scuola della via giapponese” del Karate e quindi il M° Otsuka eliminò “Shisu” considerandolo una ripetizione dello stesso concetto arrivando quindi alla definizione di WADO RYU KARATE DO JU JUTSU KEMPO. Le differenze fra il Wado Ryu e gli altri stili okinawensi sono notevoli. I samurai, militari armati di lame di diversa foggia e misure, avevano la necessità di difendersi da quelle avversarie nel caso di perdita della propria arma, e dunque, svilupparono le loro tecniche disarmate con l’obiettivo di evitare il contatto anche minimo con la lama. Il Wadoryu attuale, seguendo l’insegnamento del Soke e attraverso l’opera del figlio Otsuka II, continua nella ricerca sviluppando e approfondendo il patrimonio marziale del jujitsu e delle altre marziali vicine come il kenjutsu, l’aikijutsu.

I DIECI ELEMENTI DEL KATA

 

1.      YIO NO KISIN (LO STATO MENTALE)

Lo stato mentale in cui il Karateka deve calarsi nel momento che affronta il KATA, è il classico stato di concentrazione simile a quello di un cacciatore in una foresta di animali feroci, la concentrazione mentale che l’individuo assume quando si sente attaccato.

2.      NYO (ATTIVO E PASSIVO)

Ricordarsi sempre durante l’esecuzione del KATA l’attacco e la difesa.

3.      CHIKARA NO KIOJKU (LA FORZA)

Il modo di usare la forza e il grado di potenza da impiegare esattamente in ogni momento del KATA, in ogni posizione.

    4.    WAZA NO KANKYU (VELOCITA)

Il grado di velocità da usarsi in ogni tecnica del KATA, in ogni posizione.

     5.    TAINO SHIN SHOKU (CONTRAZIONE)

Il grado di contrazione ed espansione del corpo in ogni posizione e tecnica del KATA.

    6.    KOKYU (RESPIRAZIONE)

Si riferisce al controllo della respirazione sempre in perfetta sintonia con ogni movimento del KATA. La respirazione corretta è fondamentale nel Karate.

    7.    TYAKUGAN (SIGNIFICATO)

Il significato delle varie tecniche. Il Karateka per rendere realistico il Kata deve eseguire ogni tecnica come se stesse effettivamente combattendo, ricordare il significato di ogni movimento e visualizzarlo mentalmente, questo è di grande beneficio all’economia del KATA.

    8.    KIAI (UNIONE DEL CORPO CON LA MENTE)

Attraverso il Kiai il Karateka esprime il suo spirito combattivo; il Kiai è parte del KATA e va eseguito nei punti prestabiliti.

    9.    KEITAI NO HOJI (POSIZIONE)

Si riferisce alla corretta posizione da tenersi in ogni azione del KATA. Eseguire delle posizioni sempre uguali e corrette ci permette di tornare esattamente alla linea di partenza (EN-BUSEN).

    10. ZANSHIN (GUARDIA)  

Restare nella guardia è lo stato mentale di allerta che si deve tenere a KATA terminato, prima di tornare nello stato mentale dello IOI (IOI NO KISIN ).   Dopo aver ottenuto un perfetto Zanshin ci si rilassa e poi si effettua il saluto REI

 

Stili

Il karate è inseparabilmente legato all’arte cinese del combattimento. Tuttavia esistono differenze innegabili tra i due, così come esistono differenze innegabili fra gli stili praticati da alcuni maestri che sono all’origine delle principali scuole di karate oggi conosciute Gichin Funakoshi, è stato il primo, a formare una scuola di karate a Tokyo ma altri maestri, C. Miyagi e K. Mabuni, svilupperanno, dopo G. Funakoshi, la loro scuola nel Giappone centrale.                                                             Alla fine della loro vita questi tre maestri avranno avuto – fenomeno del tutto nuovo in rapporto alla tradizione di Okinawa – un numero di allievi considerevole. Esistono a Okinawa numerosi dojo di karate; questi si collocano in due grandi correnti tradizionali: Shorin e Shorei. Le tre scuole Shorin-ryu, Goju-ryu e Uechi-ryu sono considerate come le più importanti.      Vi si può ricollegare la scuola Shito-ryu, poiché l’insegnamento di questa scuola è stato elaborato a Okinawa da K. Mabuni, che in seguito si è insediato a Osaka, dove la sua scuola si è sviluppata. Le scuole Shorin-ryu e Goju-ryu sono relativamente ben conosciute al di fuori del Giappone.

Shorin e Shorei

Le scuole di karate a Okinawa sono abitualmente collocate in due grandi correnti: Shorin e Shorei. Tuttavia, fino a ora, nessuno ha potuto precisare come e quando queste due correnti o scuole si siano formate a Okinawa, né la loro relazione esatta con le scuole cinesi. Anko Itosu scrive: “Il karate non deriva né dal confucianesimo, né dal buddismo. Esso e stato introdotto molto tempo fa dalla Cina, con le correnti Shorin-ryu e Shorei-ryu… ” G. Funakoshi tenta di precisare la distinzione tra queste due correnti: “Nondimeno, se i kata devono essere classificati, si può, in maniera molto generale, distinguere due grandi gruppi: quelli che appartengono allo Shorei-ryu (scuola Shorei) e quelli che appartengono allo Shorin-ryu (scuola Shorin). Il primo mette l’accento sullo sviluppo della forza fisica e della potenza muscolare; e sorprendente per l’impressione di forza che sprigiona. Al contrario, la scuola Shorin è molto leggera, e richiama senz’altro il rapido volo del falco… In verità, è molto impressionante osservare un uomo possentemente costruito eseguire un kata della scuola Shorei, soggiogando l’osservatore con l’impressione della sua forza assoluta. Ma bisogna riconoscere che tende a mancare di velocità. Allo stesso modo, non si può evitare di restare molto impressionati alla vista di un uomo slanciato che, con gesti cosi rapidi quanto quelli di un uccello in volo, esegue un kata della scuola Shorin, con tecniche dalla scintillante vivacità, risultato di un allenamento intensivo. I due stili sviluppano lo spirito e il corpo, e l’uno non e migliore dell’altro. Essi hanno entrambi i loro punti deboli e i loro punti forti, e coloro che vogliono studiare il karate devono riconoscere questi punti e studiarli di conseguenza…” Secondo questa classificazione, la scuola Goju-ryu si ricollega allo Shorei. Le due scuole Shorin-ryu e Matsubayashi-ryu (gli ideogrammi di Matsubayashi possono anche leggersi Shorin), che comprendono diverse diramazioni e si situano in gran parte nella discendenza di Matsumura e di Itosu, fanno parte dello Shorin. La scuola Shito-ryu partecipa di entrambe.   La scuola Uechi-ryu è la ripresa di una scuola cinese introdotta a Okinawa da K. Uechi alla fine del secolo XIX. Essa si pone quindi al di fuori di questa classificazione e proviene direttamente da una delle numerose correnti di Shaolin quan del Sud della Cina.Si avanza l’ipotesi che Shorin e Shorei provengano dalla stessa denominazione: “Shaolin”. La lingua locale di Okinawa è un dialetto della lingua giapponese in cui le pronunce delle lettere “r” e “l” non sono distinte. Di fatto la parola cinese “Shaolin” è generalmente pronunciata in giapponese “Shorin”. E probabile che il termine Shaolin sia stato pronunciato dagli Okinawesi “Shorin” in una certa epoca, e “Shorei” in un’altra. Penso quindi che Shorin e Shorei designino entrambi la “boxe del tempio Shaolin” o Shaolin quan. In effetti il tempio Shaolin risale alla fine del secolo V, e il termine Shaolin quan proviene da questo tempio. Nel corso della storia questo tempio è stato distrutto, e parecchi templi con questo nome sono stati costruiti, poi distrutti e ricostruiti in regioni diverse della Cina, includendo ogni volta le particolarità delle arti di combattimento della zona. Lo Shaolin quan si è diversificato a un punto tale che lo Shaolin quan del Nord e quello del Sud sono completamente diversi.  La denominazione Shaolin quan ricopre dunque un numero molto grande di correnti dell’arte del combattimento. Per questo non sarebbe sorprendente che due forme dell’arte del combattimento tanto diversi come quelle descritte da G. Funakoshi siano state introdotte sotto uno stesso nome, “Shaolin”, e che gli Okinawesi abbiano captato foneticamente ora “Shorin” ora “Shorei”. In tal caso, è normale che non possiamo trovare i nomi delle scuole Shorin e Shorei in Cina.    Le radici della diversità delle scuole di karate di Okinawa risalirebbero allora alla diversità delle correnti dello Shaolin quan in Cina.

 

Il saluto.

 

All’inizio ed al termine della lezione, si effettua il saluto.
Gli allievi si dispongono tutti in fila, in ordine di Grado.
Il Maestro si dispone davanti alla fila.

Il SEMPAI (l’allievo più alto in grado del Dojo dopo il Maestro) di turno comanderà il SEIZA (seduti secondo il metodo tradizionale giapponese).

Gli allievi udito il comando dovranno, uno dopo l’altro in ordine di grado, mettersi in SEIZA per il saluto.

Solo al termine della lezione, e non obbligatoriamente, in posizione di SEIZA il Sempai chiamerà il MOKUSO ( occhi chiusi per la meditazione ).

Talvolta, durante il mokuso, si recita il DOJO KUN con il seguente criterio:
il Sempai recita ad alta voce i principi del dojo uno per uno e gli altri allievi li ripetono ad alta voce.

Il comando MOKUSO YAME, chiude la fase di mokuso.

Il Sempai inizia il saluto:
SHOMEN NI REI (in avanti, rivolto al maestro fondatore)
SENSEI NI REI (rivolto all’istruttore del Dojo)
OTAGAI NI REI (tra gli allievi sempre rivolti in avanti).

Successivamente il SEMPAI comanderà il KIRITZU (alzarsi in piedi) e solo a questo punto gli allievi potranno alzarsi per iniziare o terminare la lezione.

Quando si entra nel dojo e quando si esce per qualsiasi ragione, è previsto che si saluti il maestro ed i compagni o, comunque, il dojo stesso con un breve inchino stando in piedi con le braccia lungo i fianchi, talloni uniti e punte dei piedi divaricate a 45 gradi.

Se si arriva in ritardo all’allenamento, ci si mette in SEIZA rivolti verso il maestro e si attende il suo saluto, a quel punto si esegue il saluto tradizionale e si entra.

Se si deve abbandonare l’allenamento prima del termine, si chiede il permesso al maestro poi, passando dietro a tutti, e mai davanti, ci si porta verso l’uscita, ci si mette in SEIZA rivolti verso il maestro e si attende il suo saluto: a quel punto si esegue il saluto tradizionale e si esce.

Questa particolare forma cerimoniale, che a noi occidentali può risultare poco familiare, ed alle volte anche ridicola, ha invece nei paesi dell’estremo oriente, un ruolo basilare nelle relazioni sociali, ed una tradizione millenaria. Il Giappone, patria del karate-do, non si sottrae a questo civilissimo costume, e di conseguenza neanche il karate-do.

Per questo motivo, le forme cerimoniali di saluto, rivestono una particolare importanza nel karate.

Il saluto è un atto di rispetto nei confronti del nostro compagno d’allenamento, dell’avversario in combattimento, del Dojo, del Maestro e di noi stessi. Il rispetto si manifesta attraverso una pratica attenta e corretta, ottenuta mediante il raggiungimento di un giusto atteggiamento mentale e spirituale (zanshin).


Il saluto è quindi il rito che celebra, con un atto esteriore, un avvenimento interiore: il cambiamento di atteggiamento mentale.

Il saluto scandisce l’inizio e la fine di ogni attività nel Dojo, e deve essere eseguito correttamente. La fretta dei movimenti, il rilassamento nella posizione sono segni di un karate superficiale privo di significato.

 Il saluto si esegue in due maniere:

RITSU – REI

Il saluto in posizione eretta.

Questo saluto è generalmente impiegato quando si entra in un Dojo e quando vi si esce, nel caso specifico del karate quando si sale o scende dal tatami; in questo modo salutate il luogo di studio, il maestro e tutti quanti sono chiamati a venirvi a studiare, oltre che impostare lo stato mentale nella condizione di rei-no-kokoro (lo spirito del rispetto).

Esso si esegue egualmente quando invitate qualcuno ad esercitarsi con voi e quando avete terminato l’allenamento.
E’ eseguito in tutte le competizioni. Si saluta sempre all’inizio e alla fine di un kumite o kata.

 

ZA – REI

Questo saluto è soprattutto impiegato all’inizio e alla fine di una lezione collettiva. Maestri ed allievi si testimoniano così il loro mutuo rispetto oltre che impostare lo stato mentale nella condizione di rei-no-kokoro (lo spirito del rispetto).
 

Dojo Kun

 

5 regole comportamentali che si pronunciano all’inizio e, in particolare, al termine di ogni seduta di allenamento.

La tradizione vuole che il primo Maestro ad introdurre i precetti delDojo Kun sia stato Sakugawa Tode (1733-1815) che li estrapolò dall’etica Confuciana.
Si dice che il Dojo Kun sia stato introdotto nella tradizione del Karate per garantire la condotta corretta dei suoi praticanti e che fosse considerato una sorta di comandamento da rispettare anche al di fuori dell’ambiente proprio del Karate.
 

1

JINKAKU KANSEI NI TSUTOMURU KOTO
(gincacu canseini sutomurokoto)”Impegnati a raggiungere la perfezione del carattere”
 

2

 MAKOTO NO MICHI O MAMURU KOTO
(macoto no mici o mamorukoto)”Persegui la strada della sincerità”
 

3

 DORYOKU NO SEISHIN O YASHINAU KOTO
(dorioku no seiscin o iascinaokoto)”Rafforza instancabilmente lo spirito”
 

4

 REIGI O OMONZURU KOTO
(reighi omonzurokoto) “Osserva un comportamento impeccabile all’insegna del rispetto universale”
 

5

 KEKKI NO YU O IMASHIMURU KOTO
(checchi no iuo imashimerukoto) “Acquisisci con coraggio, il controllo sul tuo spirito istintivo”

 

“sull’isola immersa nel sole del sud
caduta dal cielo, è l’arte della mano nuda,
che mi preoccupa, perché non deve spegnersi.
Chi vorrà farla sopravvivere e fiorire?
Davanti al cielo azzurro io assumo l’impegno.”

(Gichin Funakoshi)

 

 

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