Quando torna un allievo

Eventskarate 17 maggio 2013

Di Sergio Roedner

Gli allievi uno cerca sempre di tenerseli cari. Al di là della quota sociale che portano in palestra e dell’affetto che ti lega a loro, sono la testimonianza vivente del

tuo lavoro, karate personificato, sono quello che per il pittore sono i quadri e per lo scultore le statue. Portano con sè l’imprinting della tua scuola: quando qualcuno di loro ottiene un risultato (un dan, un piazzamento in un gara) ti riempiono di orgoglio, come se fossero tuoi figli. Naturalmente hanno anche i tuoi difetti: quando Giovanna era in Nazionale, il Maestro Shirai, correggendole lo yokogeri, le diceva scherzosamente: “Giovanna è nipotina di Rosario (Capuana), fa yokogeri come Sergio” (all’epoca ero allievo del M°Capuana).

Ma, proprio come i figli, anche gli allievi prima o poi se ne vanno: smettono di praticare, cambiano città o peggio palestra, perchè litigano con te o cercano un maestro migliore che li porti verso più ambiziosi traguardi. Se dopo 38 anni di insegnamento avessi ancora tutti gli allievi che hanno preso l’8°kyu con me o con Giovanna, probabilmente l’insegnamento del karate sarebbe diventato la mia professione principale. Meglio di no: non mi piacerebbe svegliarmi di soprassalto, come diceva il mio maestro, con l’incubo di non poter pagare l’affitto perchè un intero corso non si è più fatto vedere dopo la pausa estiva, o essere costretto per motivi economici a tenere in palestra qualcuno che si comporta male e viola l’etica del mio dojo.

A volte però (più raramente) gli allievi ritornano. Non parlo dei tira-e-molla, un anno sì e un anno no, “sono stato malato, ho avuto degli impegni ma adesso vorrei riprovare, magari per un mese”. A quelli, la seconda volta che ci provano, chiedo la quota annuale anticipata, e svaniscono come neve al sole. Parlo invece di coloro che hanno cominciato parecchi anni fa, da bambini o da adolescenti, hanno davvero interrotto la pratica per cause di forza maggiore (i genitori infuriati per una bocciatura di cui attribuiscono assurdamente la colpa alle due ore settimanali di karate, un grave “infortunio” tipo frattura, matrimonio, nascita di un figlio…) ma hanno conservato nel cuore il karate, la loro palestra e il loro insegnante. E un bel giorno, a cinque, dieci o anche trent’anni di distanza, bussano alla porta del dojo, pieni di timore ma desiderosi di ripartire, con in borsa il vecchio karategi ormai troppo corto e la vecchia cintura ormai troppo stretta.

Un caso simile mi è successo pochi mesi fa. E’ tornato uno dei miei primi allievi degli anni 70: aveva cominciato appena undicenne seguendo l’esempio del fratello maggiore, come lui molto dotato atleticamente e motivato interiormente. Aveva fatto quattro anni di intenso allenamento tra corsi normali, corsi agonisti, stage estivi e invernali, fino all’ambito traguardo della cintura nera conseguita nell’ultima sessione di esami della vecchia Fesika prima dello scioglimento. Poco dopo il fratello maggiore aveva smesso di praticare per stanchezza e lui per necessità: era troppo giovane, la distanza dalla palestra era eccessiva, incombevano gli impegni scolastici, la pressione dei genitori ecc. ecc.

Trentatre anni dopo, dopo varie e turbolente esperienze di vita che per il momento non gli va di raccontarmi e io non gli chiedo, ha deciso di riprendere la pratica. In lui leggo entusiasmo ma anche insicurezza, la paura di non essere all’altezza dei compagni, il timore di obbligarmi a rallentare il ritmo delle lezioni per permettergli di ricordare le cose vecchie e di assimilare i contenuti nuovi, a cominciare dai “nuovi” kihon nati con la Fikta, per non parlare dei kata bunkai. Dentro di me provo invece, oltre alla gioia per aver ritrovato il “figliuol prodigo” e un allievo vero, la grande curiosità di mettere a confronto la vecchia e la nuova generazione, quelli che come mio figlio hanno iniziato alla fine degli anni 90 o anche più tardi. E’ vero che alcuni di loro mi seguono da una vita, ma come me hanno potuto adeguarsi passo dopo passo ai cambiamenti, dal karate “marziale” della Fesika a quello più sportivo della Fikda, per poi tornare più o meno faticosamente sulla nostra strada.

Non così la mia pecorella smarrita tornata all’ovile. Lui è stato messo come in freezer per trent’anni (nel frattempo ha fatto altre esperienze marziali ma solo “alla cinese”) e poi sgelato. In lui vedo pregi e difetti dell’impostazione originaria: grande concentrazione, grande serietà, grande rispetto. Tanti Oss, che non si sentono così spesso nella mia palestra. Posizioni lunghe, tecniche forti, kime duro. Piccole differenze tecniche, che sarebbe noioso elencare, ma che si possono mettere a posto nello spazio di poche lezioni. Un po’ di disorientamento quando si esce dal consueto solco kihon-kata-kumite, e naturalmente la fatica di imparare in fretta tante cose nuove. Ma la volontà c’è, forgiata negli anni cruciali dell’adolescenza, merce rara oggi in cui i ragazzi hanno mille pretese e nessun obbligo. Sapete qual è la prova? Non perde una lezione, quasi volesse recuperare quei trent’anni di ibernazione in un trimestre. Ha marchiata a fuoco dentro di sè la terza massima del Dojo kun, Doryoku no Seishin o Yahinau Koto, e la sua presenza, oltre ad essere di stimolo agli altri, anche a quelli che hanno due o tre dan più di lui, mi ricorda che vale sempre la pena di insegnare, per uno, per cinque o per venti allievi: per quelli che restano, per quelli che ritornano, ma anche per quelli che se ne vanno, per dimostrare loro che forse sbagliano e fargli trovare la porta aperta, la luce accesa e il vitello grasso cucinato a puntino.

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