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Francia e Giappone dominano ai Mondiali WKF di Parigi

Eventskarate 01 dicembre 2012  

Per l’Italia l’oro di Luigi Busà, l’argento di Greta Vitelli e delle due squadre di kata, il bronzo di Valdesi e Maniscalco. 

di Sergio Roedner

 

A 40 anni esatti dai “Mondiali della discordia” che segnarono la spaccatura tra la Wuko e la JKA, Parigi

è tornata in questi giorni ad ospitare la rassegna iridata della WKF, la sigla più rappresentativa del karate sportivo. Alla gara hanno partecipato 1443 atleti (876 uomini e 567 donne) in rappresentanza di 116 nazioni, e nel complesso l’evento va considerato un grande successo organizzativo, caratterizzato da un’efficace gestione dei tempi e dall’affluenza di un pubblico numeroso, competente ed entusiasta che, oltre a sostenere i propri beniamici, ha puntualmente salutato con applausi ed ovazioni i momenti più entusiasmanti della competizione, qualunque fosse la bandiera dell’atleta impegnato in quel momento sul tatami. La novità più eclatante (un francesismo molto ad hoc!) è stata la trasmissione in streaming delle finali, che ha consentito a un pubblico potenzialmente assai vasto di tutto il mondo di accostarsi “in tempo reale” a un evento così significativo. Se volete l’opinione spassionata di un “tradizionalista” che da tempo non seguiva una gara di karate “stile UEK”, devo dirvi in tutta onestà che, contrariamente a quanto mi aspettavo, sono stato favorevolmente impressionato soprattutto dal livello del kata. Il Giappone è tornato a dominare la specialità, non solo grazie alle sue atlete di scuola Shito-Ryu (Rika Usami ha stravinto nell’individuale e la squadra ha prevalso sulle pur brave ragazze italiane) ma ha presentato anche una convincente formazione Shotokan nella gara maschile (anche qui relegando al secondo posto i nostri atleti). Il solo a spezzare lo strapotere nipponico è stato il venezuelano Antonio Diaz, un atleta con un passato eclettico che si è anche allenato col famoso Sakumoto, pluricampione di Okinawa.

 

Il kumite è invece stato piuttosto deludente. Le innovazioni introdotte per renderlo più spettacolare non sembrano in genere aver sortito l’effetto sperato. 4 minuti (per il kumite individuale maschile, 3 per il femminile) sembrano effettivamente troppi, cosicchè per il primo minuto i due contendenti non fanno nulla e subiscono di solito una prima ammonizione. Il kumite non viene interrotto se non in casi veramente indispensabili per favorire le proiezioni, col risultato che quando si trovano a corta distanza gli atleti si spintonano in modo poco elegante o si rifugiano in “clinch” (seconda ammonizione!). Le tecniche che vanno a segno vengono premiate con “yuko” (1 punto), “wazari” (2 punti) o “ippon” (3 punti). L’incontro, mi è sembrato di capire, si arresta prima del limite solo se un atleta totalizza otto punti, come è accaduto nel quarto combattimento della finale tra Francia ed Egitto. Nonostante tutti questi accorgimenti, la maggior parte degli incontri a cui ho assistito sono stati molto tattici e inconcludenti, con pochissimi calci, poche proiezioni e molte tecniche di pugno. Bravi gli arbitri, devo dire, a districarsi in un simile labirinto di regole.

La Francia ha dominato nel kumite, aggiudicandosi 7 medaglie d’oro. Del tutto in ombra nazioni con un grande passato di combattenti, come la Spagna, l’Inghilterra e la Germania, emergono invece i paesi del Medio Oriente e dell’Asia, come l’Egitto, la Turchia, l’Iran e l’Azerbajan del famoso Aghayev, che è stato però efficacemente imbrigliato dal nostro Busà. Ma passiamo in rassegna le diverse competizioni, quelle almeno che ho potuto visionare grazie alla famosa “tecnologia del terzo millennio”.

KATA

Il regolamento di gara WKF ha eliminato la finale a otto col sistema dei punteggi, trasformandola in una serie di incontri a eliminazione diretta col sistema delle bandierine, come nel kumite: ma a differenza di quanto si usa tra noi, gli atleti non eseguono il kata contemporaneamente, ma uno per volta. La gara così si allunga (e a ciò contribuiscono anche l’esasperante cerimoniale e le pause eterne arbitrariamente introdotte nell’esecuzione del kata, che dura anche due o tre volte il tempo necessario) ma per gli arbitri è più facile valutare “globalmente” la prestazione concentrandosi su due soli atleti. I due finalisti maschili hanno eseguito entrambi Kururunfa, ed è stato facile anche per il vostro cronista, inesperto di Shito, percepire la maggior compattezza, maturità e il kime del kata del campione uscente Antonio Diaz sullo sfidante “francese” Vu Duc Minh Dack. Onorevole bronzo per il veterano Valdesi.

Meravigliosa nella gara femminile la prestazione di Rika Usami, davvero sul tetto del mondo col suo Chatan Yara-no-Kushanku, per me già più leggibile in quanto “parente alla lontana” del nostro Kankudai, che ha davvero surclassato il modesto Gojushiho-sho della francese Scordo. Nelle due gare a squadre è stata l’Italia a contrastare fino all’ultimo il passo al Giappone, perdendo però entrambi i confronti. Scontro tutto interno allo Shotokan nella competizione maschile: Unsu per il Giappone, Gankaku per gli azzurri. Se nell’esecuzione del kata le due squadre si sono sostanzialmente equivalse (questo è anche il parere autorevole di Ticky Donovan, che commentava la gara in streaming), il bunkai dei giapponesi è stato più dinamico, fluido e spettacolare, meritando gli applausi a scena aperta del pubblico e la vittoria finale con l’impietoso punteggio di 5 a 0. Anche la nostra pur brava squadra femminile (Battaglia Bottaro Pezzetti) non è riuscita con una buona esecuzione e una discreta applicazione di Annan a contrastare efficamente l’impeccabile Kururunfa delle nipponiche e la sua acrobatica applicazione, culminata in un perfetto yoko-tobigeri! Commenta così il mio amico Claudio Albertini, maestro di Viviana Bottaro: “Le giapponesi fisicamente più omogenee sembravano tre cloni e più atletiche. Le nostre più sobrie hanno fatto il massimo. A me il circo non piace ma se dobbiamo dare un giudizio “atletico” le nipponiche hanno qualcosa in più. Hanno fatto cose che le nostre non saprebbero fare. Anche nella finale maschile delle 12 il Giappone ha mostrato qualcosa in più rispetto agli italiani.”

KUMITE

Ho già espresso le mie perplessità sugli esiti poco convincenti del nuovo regolamento e sul prevalere di un tatticismo poco spettacolare, segnalato ripetutamente dai “buu” di protesta degli spettatori. Il che non toglie nulla, per esempio, alla portata dell’impresa di Luigi Busà che nei – 75kg è riuscito a ipnotizzare il temibile campione del mondo, l’azero Aghayev, celebre per le sue proiezioni. Nulla di tutto questo gli è riuscito in quattro minuti di attesa, scanditi dagli inutili richiami degli arbitri frustrati, al termine dei quali ha vinto Busà per giudizio arbitrale, anche in virtù di un mawashigeri portato (ma non assegnato) allo scadere del tempo. Il neo-campione del mondo si è esibito poi, tra lo stupore degli arbitri e del pubblico, a un prolungato balletto certamente poco marziale e probabilmente poco decoroso anche per gli standard della WKF. Ah, les Italiens!

Limpida e netta, nei -68 kg. femminili, la vittoria di Kayo Someya sulla turca Burucu. Un’impostazione classica e un punteggio finale di 5 yuko a 0, realizzati tutti con gyakuzuki e kizamizuki. Bello ma più equilibrato anche l’incontro nei -84 kg. tra il giapponese Araga e il francese Grillon, caratterizzato anch’esso da velocissime tecniche di braccio.

Nei +68 femminili l’Italia aveva in gara la campionessa uscente, Greta Vitelli, che opposta alla francese Ibrahim è incappata anch’essa in un kumite inconcludente e poco convinto, deciso da un unico kizamizuki, tra l’altro poco pulito, dalla transalpina, poi difeso con molto mestiere e poca tecnica.

Prima delle finali delle gare a squadre si è svolta una surreale dimostrazione di maestri di Okinawa, che sembrava ritagliata da un film in bianco e nero di cinquant’anni fa: calcioni sulle cosce, pacche sulle braccia, mazze da baseball spezzate o non spezzate con le tibie e gli avambracci, a testimonianza un po’ malinconica di un karate distante anni-luce da quello visto qui a Parigi, ma forse proprio per questo sottolineato dagli scroscianti applausi del pubblico.

Il kumite a squadre ha visto assegnare le ultime due medaglie d’oro ai padroni di casa, sorretti dal tifo degli spettatori e da un grande mestiere, anche a dispetto dello spettacolo. Nella gara maschile, opposti alla rocciosa Turchia, pareggiati i primi due incontri senza l’assegnazione di un singolo punto, i transalpini sono dilagati nel terzo (7-4) per arrivare poi all’umiliante 8 a 0 del quarto kumite, sul quale si è di fatto conclusa la finale. Più combattuta la finale femminile contro la Croazia: due pareggi, e solo la campionessa mondiale dei -61, Lolita Dona, è riuscita a chiudere la partita liquidando la rivale con un perentorio 5 a 0. Nel frattempo lo “stile Busà” aveva fatto scuola e i francesi vittoriosi si sono abbandonati a salti mortali, piroette, break dance e quant’altro: mancavano solo i mangiatori di fuoco nel pirotecnico finale di questi mondiali di Parigi!

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