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 Anko Itosu.

La fine della segretezza e l’introduzione del karate nelle scuole

di Fabrizio Comparelli

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L’introduzione del karate nelle scuole di Okinawa segna una tappa fondamentale sia nella storia sia nell’evoluzione di quest’arte marziale, e necessita quindi di una analisi quanto più globale possibile sia del contesto storico sia, e forse soprattutto, dei fattori ideologici che hanno consentito una tale innovazione nella cultura okinawense dell’inizio del ventesimo secolo. È tuttavia impossibile iniziare alcuna discussione a riguardo senza prima esaminare il complesso sistema di tradizione e trasmissione marziale vigente ad Okinawa, anche se, a dire la verità, i dati in nostro possesso sono alquanto scarni e contraddittori. Si è ormai eclissato, spero definitivamente, il mito romantico di un’arte marziale formidabile nata in seno alle classi meno abbienti (i contadini) per rispondere e difendersi dalle soperchierie dei nobili: qualsiasi arte, in ogni epoca storica, rimane sempre appannaggio di una elite nobiliare, se non aristocratica, alquanto ristretta. Una interpretazione quanto più corretta e ‘reale’ del sistema di trasmissione marziale ad Okinawa sarebbe invece di capitale importanza per riuscire a determinare le linee essenziali dello sviluppo di quel crogiolo di tecniche marziali vigenti in quell’isola a metà strada tra la Cina e il Giappone, verso l’unificazione, almeno nominale, in quello che sarà poi il karate. Come è possibile spiegare, infatti, il fatto che nel giro di pochi anni il karate sia passato da ‘arte segreta’, come pare lo avesse appreso ancora Funakoshi, ad ‘arte scolastica’? Il sistema di divulgazione rimane per lo più ancora incerto e semileggendario, in parte perché, come si è già avuto modo di dire, la storia del ‘karate’ prima di Matsumura è in buona sostanza avvolta nel mito della leggenda, in parte perché il concetto della trasmissione nella segretezza doveva essere diverso da maestro a maestro, ed i limiti imposti a questa segretezza dovevano essere assai incerti. Mi devo limitare ad Okinawa, perché intendo occuparmi solo del karate ed essendo comunque fondamentalmente diversa la situazione in Giappone nell’ambito della trasmissione delle arti comprese nel Budo.

Si sa che prendere delle date cronologiche specifiche per segnare l’inizio di una nuova epoca vuol dire tagliare il complesso corso della storia con l’accetta, tuttavia non riuscirei proprio a iniziare diversamente. Come è noto, Funakoshi nasce nel 1868, l’anno della restaurazione Meiji. È per l’appunto con questa data, che segna l’abolizione dello shogunato Tokugawa (iniziato nel 1603 con Ieyasu Tokugawa: il periodo che va dal 1603 al 1868 è conosciuto come Edo), che il Giappone svecchiò il suo apparato feudale convertendolo verso una apparente ‘democrazia’. I privilegi dei samurai andarono via via scemando (ossia fondamentalmente la consuetudine di portare con sé la spada, lo stipendio annuale e la tipica acconciatura con i capelli legati alla sommità del capo, chiamata chonmage). In Giappone, con il nuovo corso politico, le arti bugei iniziarono a divenire uno strumento per veicolare socioculturalmente nell’élite dominante (e non solo) alcuni concetti dominanti dell’ideologia nazionalista nipponica quali shusin (traducibile approssimativamente con ‘moralità’) e Nihonjinron (‘identità giapponese’). Iniziato ad evolversi anche in pratica sportiva, il nuovo fenomeno del Budo moderno aveva lo specifico compito di promuovere il profondo rispetto per la virtù, per i valori patri ed i principi del bushido classico, i quali esaltavano la volontà di combattere fino alla morte e di sacrificarsi per la patria e per il proprio signore. Sia il kendo che lo judo incoraggiavano principi quali, fondamentale per l’ideologia nipponica, lo shugyo (l’‘austerità’: il perseguire il proprio obiettivo senza arrendersi mai e superando ogni ostacolo sia fisico che spirituale) guadagnando grosso favore popolare in quei tempi caratterizzati da un progressivo militarismo. Questo era, a grandissime linee, il clima in Giappone nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Ad Okinawa le cose dovevano andare un poco diversamente. I cambiamenti che stavano avvenendo in Giappone dovevano agire solo di riflesso nella piccola prefettura okinawense, che per sua natura conservava una ideologia reazionaria assai più marcata e di conseguenza, secondo la teoria della propagazione di ogni fenomeno culturale, la nuova visione di un budo definibile ‘di massa’ e le innovazioni nella pratica delle arti marziali arrivarono in ritardo, e comunque in maniera refrattaria, rispetto al Giappone. Sottolineare questo aspetto è importante per comprendere l’iniziale ritardo culturale del karate nella sua evoluzione giapponese rispetto al kendo e allo judo, ormai stabilmente incanalati in un sistema educativo fisico e spirituale quali arti a pieno diritto discendenti direttamente dal budo classico. Da questa nobile discendenza invece il karate giapponese rimase, almeno all’inizio, estraneo e non riuscì ad integrarsi nel budo giapponese se non a costo di uno stravolgimento tecnico e ideologico che a molti maestri di Okinawa non fu mai gradito. Abbiamo già avuto modo di parlare di Azato e di Itosu, ma per l’argomento in questione andrà rimarcata ancora una volta la grande differenza nella personalità e nella concezione del karate che animava questi due straordinari personaggi. Se, schematicamente, il karate di Azato era un stile di lotta estremamente mobile e veloce, quello di Itosu era invece un karate duro, incentrato sulla forza fisica e sull’irrobustimento totale del corpo. Ma, pur rimanendo ottimi amici per tutta la vita, non solo era diverso il loro stile di lotta, ma anche le loro ideologie e i loro ‘sogni’. Azato, abbiamo già avuto modo di dirlo, ebbe come unico allievo Funakoshi e si rifiutò sempre di addestrare il proprio figlio, preferendo che questi venisse istruito da Itosu. Era un convinto sostenitore della segretezza nel tramandar l’arte, anche quando ormai questa segretezza era divenuta un deciso anacronismo, pur persistendo a livello di substrato ideologico. Tale atteggiamento in parte già ci stupisce (si ricordi che il giovane Funakoshi doveva andare ad allenarsi di notte nel giardino della casa di Azato, mentre i vicini andavano malignando che il giovane insegnante di scuola che rientrava a casa all’alba frequentasse locali, per così dire, notturni). Funakoshi ci descrive Azato come un uomo decisamente al passo coi tempi, assai informato della evoluzione politica dell’area cino-giapponese e del continente asiatico in particolare, tanto da profetizzare la guerra tra Russia e Giappone una volta completata la Ferrovia Transiberiana, guerra che in effetti scoppiò nel 1904. Azato appoggiava con convinzione il nuovo corso della politica giapponese e consigliò personalmente il governatore di Okinawa di collaborare con il governo centrale. Fu addirittura uno dei primi a tagliarsi il ciuffo di capelli, quando invece Funakoshi ebbe notevoli problemi familiari in tal senso. In un primo momento il giovane maestro, assecondando le pressioni della famiglia, da generazioni ammessa ad un rango ufficiale minore, non si tagliò il ciuffo come molti altri piccoli nobili di Okinawa. Proprio questo rifiuto gli impedì di essere ammesso alla Scuola di Medicina di Tokio, che accettava invece solo coloro i quali avevano ottemperato alle prescrizioni imperiali in merito. In seguito però [nel 1888, a vent’anni], seguendo l’esempio del maestro Azato, si tagliò il ciuffo suscitando l’ira e la vergogna della famiglia, riassunta nella paterna accusa: “Che cosa ti sei fatto? Tu, il figlio di un samurai!”). È Funakoshi stesso ad avvertire il lettore che pur sembrando buffo, oggi, prendersi tante preoccupazioni per un’acconciatura, quella pettinatura era uno dei pochi segni rimasti di un passato glorioso e nobile che ormai non esisteva più, simbolo ad Okinawa non solo di maturità, ma dello stesso genere umano. Si pensi, inoltre, che intorno al 1891/92 (il ventitreenne Funakoshi era in servizio come professore a Naha), il governo centrale giapponese impose alle autorità okinawensi il taglio forzato del ciuffo per quegli studenti che si erano rifiutati di ubbidire. Raccontando quest’avvenimento, Funakoshi annota quasi en passant un particolare che è per noi di grande importanza per cercare di capire in quale momento, pressappoco, e secondo quale percorso finì la ‘segretezza forzata’ nella trasmissione del karate. Tagliare il ciuffo a questi ragazzi non doveva essere impresa da poco: molti di questi avevano infatti rimandato l’iscrizione alle scuole elementari proprio per evitare l’onta del taglio forzato, e non erano più tanto piccoli. Inoltre molti di loro si allenavano nel karate (così Funakoshi in Karate Dō p. 27), che a quell’epoca “era praticato più apertamente ad Okinawa”. I professori che conoscevano il karate, si dovevano preoccupare di far applicare le leggi giapponesi. Si sapeva dunque che Funakoshi era un adepto, questo è sicuro, ed inoltre, nel giro di pochi anni, la situazione doveva essere cambiata di molto e il karate era già ben diffuso. Ma la mia impressione è che la segretezza ad ogni costo non doveva essere una convinzione generalizzata nei maestri, almeno in quelli della generazione di Azato e Itosu. Diversamente non riuscirei proprio a spiegarmi come potesse essere possibile non solo che Funakoshi fosse riconosciuto come praticante di karate (per di più non l’unico, dal momento che almeno alla scuola di Naha i ‘professori karateka’ dovevano essere diversi), ma che addirittura gli studenti conoscessero tale arte, e se solo a livello rudimentale non saprei certo dirlo anche se pare di capire che la loro abilità era più che sufficiente per mettere in difficoltà un professore ‘normale’ (sempre che Funakoshi non stia facendo una malcelata propaganda all’efficacia dell’arte del karate). Comunque, pare che i professori alla fine riuscirono nel loro compito, e l’epoca del ciuffo tramontò definitivamente ad Okinawa. È peraltro Funakoshi stesso ad indicare l’epoca della restaurazione Meiji come l’inizio della fine delle segretezza nel mondo delle arti marziali okinawensi. Non è ben chiaro per quale motivo con la restaurazione Meiji non ci fosse più bisogno di tenere nascosta l’arte del karate (ammesso che mai ce ne sia stato un bisogno cogente). Io credo che il motivo vada ricercato, ahimè, probabilmente nel bisogno espresso dal Giappone della diffusione di arti che avrebbero contribuito ad elevare il livello sia fisico che mentale della futura élite militare nipponica, cosa che in realtà fu. Se la segretezza nella trasmissione delle arti marziali era sicuramente una caratteristica di Azato, tale caratteristica non era di certo, come vedremo, di Itosu. Tuttavia, la tradizione secolare di tener nascosta teoria e pratica di lotta venne relativamente mantenuta, questo è innegabile, e ci sono molti aneddoti che lo confermano.

Itosu, al contrario di Azato, ebbe una lista straordinariamente lunga di allievi (sempre relativamente alla situazione okinawense), e tutti ebbero poi un ruolo fondamentale nello sviluppo del karate di Okinawa e di quello giapponese (soprattutto Funakoshi e Mabuni). L’introduzione dello studio del karate nei programmi scolastici doveva essere un pensiero costante di Itosu (e ciò in comune con Funakoshi): l’occasione venne data proprio dalla guerra cino-giapponese del 1892-94. Okinawa, ormai prefettura giapponese, aveva dovuto partecipare alle operazioni di reclutamento. Dal 1890, l’arruolamento era aperto anche ai volontari. Pare che fra i cinquanta giovani okinawensi che si presentarono per essere arruolati, solo tre vennero selezionati per le loro particolari doti fisiche: tutti e tre erano allievi di Itosu. Due di questi avranno un ruolo fondamentale nello sviluppo del karate scolastico: Kentsu Yabu (1866-1937) e Hanashiro Chomo (1869-1945). Quando nel 1895 la guerra si concluse con la vittoria del Giappone, i due okinawensi tornarono nella loro isoletta natale accolti come eroi nazionali.

I cambiamenti storici, ed i successi militari dei suoi due allievi, fecero decidere Itosu di proporre il karate nelle scuole come materia d’insegnamento.

            Si sa che proprio in vista di quest’obiettivo, Itosu divise il kata Naihanchi in tre parti (shodan, nidan e sandan) e creò i cinque kata Pinan (da che cosa Itosu abbia tratto ispirazione per la creazioni dei cinque kata di base resta a tutt’oggi una questione controversa: se infatti Pinan-shodan e Pinan-yondan mostrano chiaramente la loro derivazione dal kata Kushanku, per i passaggi peculiari di Pinan-nidan, Pinan-sandan,e  Pinan-godan si è ipotizzata o la presenza di kata ormai non più tramandati, oppure che questi kata siano una creazione originale di Itosu).

            Ma Itosu, pur essendo un’autorità, non era l’unico karateka di Okinawa e molti maestri non gradirono questi cambiamenti, specialmente quei maestri che avevano condiviso con lui il discepolato presso Matsumura. Per esempio K. Tokitsu (p. 62) riporta la testimonianza di Kahō Sai, maestro di Okinawa poco più giovane di Itosu (era nato infatti nel 1849) il quale così si lamentava per la perdita dell’autentico karate: “Il karate del maestro Sokon Matsumura è autentico. Ma quello di Itosu contiene moltissimi errori. Da quando Okinawa è stata integrata in una provincia del Giappone, il vero karate sembra essere scomparso. Gli adepti dello Shuri cominciano a praticare un karate sbagliato: non c’è nemmeno più di che discutere su cosa sia il karate”. È chiaro che il giudizio sul merito dell’operato di Itosu può variare a seconda della prospettiva e della cultura di ognuno. Una cosa è però innegabile: Itosu fu sicuramente un creatore ed un innovatore allo stesso tempo. Credo che Itosu si rendesse perfettamente conto di cosa stesse facendo come doveva anche sapere che le critiche non sarebbero tardate ad arrivare, ma il maestro proseguì nei suoi progetti. Il suo insegnamento infrangeva palesemente le regole tramandate, tuttavia per immettere l’insegnamento del karate nella scuola e in definitiva per allargare quanto più possibile il numero dei praticanti, le modifiche e le semplificazioni si rendevano necessarie. Ma in cosa consistettero questi cambiamenti? È difficile dirlo con sicurezza. Sappiamo che a causa della divisione del kata Naihanchi in tre parti, la versione originale di questo kata sembra essere ormai perduta. Tuttavia pare che il movimento iniziale di questo kata, che il Wadoryu, lo Shotokan e lo Shitoryu interpretano come un movimento di parata (generalmente tate-shuto-uke o kake-uke), originariamente doveva essere preceduto da un nihon-nukite rivolto agli occhi: dal momento che Naihanci era un kata fondamentale per l’apprendimento dei rudimenti del karate nei programmi scolastici (da ciò credo derivi in gran parte l’alta considerazione che di questo kata hanno sempre dimostrato i maestri giapponesi fino a qualche tempo fa, anche se dovevano sapere che, per esempio nello stile Wado, il Naihanci praticato è solo lo shodan, e non è che il segmento di un kata che doveva essere molto più vasto e complesso, della durata di circa tre minuti, come il Suparimpei!) questa tecnica, ritenuta a ragione troppo pericolosa per dei bambini, fu eliminata. Le modifiche dovettero essere dunque generalmente di questo genere. Tuttavia anche i kata Pinan non furono creati subito perfetti, ma subirono delle modifiche apportate dallo stesso Itosu o dai suoi allievi nel corso del tempo e secondo le esigenze della pratica. Questi ritocchi, che Itosu apportò fino alla fine dei suoi giorni, sono in parte la spiegazione del perché esistano delle varianti anche notevoli nelle esecuzioni di questi kata da parte degli stili okinawensi e di quelli invece giapponesi. Ad esempio, pare che Itosu praticasse inizialmente Pinan-shodan con le mani aperte, ma poi il maestro Hanashiro, per renderlo meno pericoloso per i bambini, iniziò a praticarlo a pugni chiusi, variante che anche Itosu accolse e che oggi tutti praticano. Più consistente e importante la figura del maestro Kentsu Yabu. Come già detto, questi era un reduce della vittoriosa guerra contro la Cina, aveva ottenuto il grado di sergente (era infatti da tutti conosciuto come ‘sergente Yabu’) ed era una sorte di eroe nazionale. Dapprima discepolo di Matsumura, continuò la pratica con Itosu. Fu praticamente merito suo se il karate riuscì ad entrare nell’insegnamento scolastico. Infatti il prefetto di Okinawa, adepto della scuola di kendo Jigen-ryu, apprezzò nella giusta misura le imprese militari di Yabu, allievo di Itosu. Nel 1899 Yabu iniziò a scrivere alcuni articoli sull’educazione sul principale giornale di Okinawa: nei suoi articoli Yabu tornava ad insistere sull’importanza dell’educazione ‘marziale’ nei bambini della fascia elementare. I suoi articoli ebbero vasta risonanza. Ciò spinse Itosu a cercare di compiere il gran passo. Nel 1901, tre anni prima dell’inizio della guerra russo-giapponese, in un periodo in cui la preoccupazione maggiore del paese era l’arricchimento e il rafforzamento militare, Itosu e il suo gruppo di allievi riuscirono a far diventare il karate parte integrante dei programmi scolastici. Nell’autunno del 1904 Itosu, all’età di 74 anni, fece una dimostrazione di karate davanti ai docenti del liceo e agli ispettori e professori di educazione fisica degli istituti magistrali. Nel 1905 il karate entrò ufficialmente nei programmi di educazione fisica al liceo e all’istituto magistrale di Okinawa. A Yabu e ad Hanashiro fu affidato l’insegnamento dei kata creati da Itosu in questi due istituti. Tuttavia pare che Yabu non abbia mai insegnato i kata Pinan di Itosu, ma iniziò ad insegnare il karate dal kata Nahianchi (la forma originaria, non quella rivista e divisa da Itosu). Il kata preferito da Yabu, di cui pare fosse espertissimo, era il Gojushiho appreso da Matsumura. Una volta divenuto professore di educazione fisica, Yabu iniziò ad introdurre nell’insegnamento del karate alcune caratteristiche dei modelli di formazione militare quali la maniera di allinearsi, di salutare, di dare un ordine con un kiai, di eseguire i kiai in determinati momenti degli esercizi, di spostarsi a passi regolari, di girarsi con un gesto formalizzato etc. Da lui appresero e tramandarono i maestri che andarono a diffondere il karate in Giappone.

Tuttavia non si creda che gli intenti di Itosu fossero quelli che animano i tentativi odierni di introduzione del karate nelle scuole. Lo spirito che animava Itosu nel perseguire questo ambizioso progetto è dichiarato in un documento del 1908 redatto dallo stesso Itosu in cui, dopo aver fornito le proprie istruzioni a insegnanti e adepti di karate, ne espose i motivi (cito l’esemplare § 2 della traduzione riportata in Tokitsu p. 59, niente di più diverso ideologicamente e pedagogicamente dai motivi che spingono gli insegnanti di oggi a lavorare coi bambini): il karate ha come scopo principale [quello di] rendere il corpo robusto come l’acciaio e fare delle membra l’equivalente di una lancia o di un arpione. Esso coltiva naturalmente una forza di volontà marziale. Quindi, se lo si insegna ai bambini nell’età della scuola elementare, essi avranno occasione di applicare il karate ad altre arti quando diventeranno più tardi dei soldati. Come militari potranno essere utili alla società in futuro. Il generale Wellington aveva detto a Napoleone I: “La battaglia di oggi può essere vinta sul terreno di gioco della scuola del nostro paese”. Questa frase deve essere compresa come una massima importante. Non si accusi Itosu di un eccessiva preoccupazione militare. La sua ideologia è quella tipica del karate okinawense, assolutamente estraneo ai problemi etico-religiosi presenti nel budo giapponese intriso di secoli di sovrastrutture ideologiche confuciane, buddiste e shintoiste. 

            In qualsiasi modo si voglia giudicare l’operato di questi grandi maestri, è merito loro senza dubbio se oggi il karate viene praticato in tutto il mondo.

            Bibliografia citata od utilizzata per il presente lavoro: G. Funakoshi, Karate Dō, il mio stile di vita, ed. Mediterranee 1987; M. Bishop, Karate di Okinawa, ed. Mediterranee 1994; K. Tokitsu, Storia del karate, la via della mano vuota, nuova edizione Luni 2001.

 

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